DAULI GIAN.
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IL FORNARETTO 
DI VENEZIA.
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1954. Tipografia EDITORIALE LUCCHI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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        Testo fornito dal Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Questo romanzo storico fu pubblicato per l'autore Dauli Gian, pseudonimo Ugo Caimpenta, il cui nome reale fu Giuseppe Ugo Nalato.
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Capitolo 1.

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PADRONA E CAMERIERA.
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Era la fine duna limpida e tiepida giornata di febbraio del 1507. In cielo si denudavano a poco a poco le stelle e sul Canal Grande pi rade diventavano le gondole.
Chi fosse passato a quellora sulle placide e gi quasi scure acque del Canale dinanzi al palazzo Barbo uno dei pi belli del tempo avrebbe potuto vedere al verone del secondo piano una splendida donna sui venticinque anni, bionda, dai purissimi lineamenti e lespressione triste: era la contessa Clemenza Barbo, nata Mocenigo, moglie di Lorenzo Barbo, uno del Consiglio dei Dieci, forse il pi autorevole tra i componenti di questo Tribunale, certo il pi spietato.
I gondolieri se ladditavano, ammirati e compassionevoli.
Guarda, Momo, la contessa Barbo!
Com bella!
Certo pi bella della contessa Zeno!
Il primo gondoliere rise maliziosamente a quel paragone.
Il secondo, invece, si limit a tentennare il capo, mentre il terzo aggiunse:
Chi sa perch noialtri uomini siamo cos stupidi? Io, se avessi per moglie una donna come la contessa Clemenza, non maccorgerei neppure che esiste la contessa Zeno!
Guarda fece il primo gondoliere, piange.
Poverina!
Ma perch lo ha sposato?
Gli altri due gondolieri non risposero: guardavano in alto, verso il verone. La contessa era immobile, ma aveva ora il viso solcato di lacrime. Dal palazzo Barbo sera intanto staccata una gondola; la contessa la guard per un attimo; poi il suo sguardo ritorn fisso allorizzonte.
In quella gondola sedeva un uomo di circa quarantanni, robusto, il capo eretto, gli occhi neri, lucidi, intelligenti, capelli e barba neri, riccamente vestito, con in mano una maschera.
Ecco il conte Barbo disse Momo che va al Consiglio.
O in ca Zeno disse il pi maligno dei tre gondolieri.
La disperazione a un tratto si dipinse sul viso della contessa, come se questa avesse udito quelle parole.
Il conte Lorenzo disse, a bassa voce, qualcosa al suo gondoliere. Questi chin il capo in segno dobbedienza. Ben presto la gondola, scivolando rapida, scomparve alla vista della contessa.
I tre gondolieri seguirono con lo sguardo la gondola e poi si scambiarono unocchiata significativa.
Non avevo forse ragione io? fece il secondo gondoliere.
Momo sospir.
Il terzo alz il capo verso il verone e:
Povera donna! disse.
Poi si allontanarono, ciascuno nella propria direzione.
Mentre la gondola del conte Lorenzo si dirigeva verso il palazzo della contessa Sofia Zeno, la contessa Clemenza riviveva il passato, dal giorno in cui Lorenzo Barbo laveva chiesta in sposa a quello in cui ella aveva cominciato a sospettare...
Mi vendicher! si disse.
Poi s volse, rientr nel salotto, chiam la cameriera.
Annella le chiese a bruciapelo, dimmi la verit: sono brutta?
Annella, una graziosa brunetta sui ventanni, invece di rispondere rimase a bocca aperta.
Ebbene soggiunse Clemenza, perch non rispondi?
Vi guardo, madonna.
Un sorriso non privo di civetteria illumin il volto di Clemenza.
Ah! disse. E come mi trovi?
Oh, madonna, chi a Venezia pu aver lardire di confrontarsi con voi?
Bambina! Sei una bambina, tu. Quanti anni hai, Annella?
Venti in luglio, madonna.
Venti? Io avevo la tua et quando andai sposa al conte Lorenzo. E...
La eontessa sinterruppe. Di nuovo gli occhi le si empirono di lacrime. Ma riusc a dominarsi, e un sorriso amaro le si disegn sulle labbra.
E...? fece Annella.
E non ero meno ingenua di te.
Non capisco, madonna.
E come puoi capire, Annella, se non sai neppure che cos lamore?
Le guance di Annella simporporarono e Clemenza se ne accorse.
Arrossisci? disse la contessa.
No fece Annella ingenuamente.
Eppure arrossisci sempre pi.
Annella non replic e chin il capo, vergognosa.
Annella disse la contessa, tu mi nascondi qualche cosa.
Che cosa sospettate, madonna?
La verit, Annella.
E cio?
Tu ami, non  vero?
Annella non rispose, e voleva fuggir via, ma la contessa la richiam, con affettata severit.
Annella!
Madonna...
Ora la ragazza era pallida.
Che temi, Annella?
Non so, madonna... Ma la vostra voce, il vostro tono...
Clemenza scoppi a ridere, le si avvicin e le accarezz il mento.
Sciocchina! disse. Nulla devi temere se hai la coscienza tranquilla, e nulla devi nascondermi. Non ti ho forse sempre trattata come unamica, come una sorella? Non fu forse mia madre ad educarti quando restasti sola al mondo?
 vero, madonna, e io non potr mai dimenticare tutto il bene che mi avete fatto.
Io non ho mai pensato che tu potessi dimenticarlo disse la contessa. Ma tu parli come se stessi per lasciarmi, come se dovessi tra poco cominciare una nuova vita... Parla, Annella.
Parler, madonna. Ma non so se la mia scelta...
La tua scelta? Hai tu dunque gi scelto?
S, madonna.
La contessa sospir.
Beata te disse, che hai potuto scegliere. Io fui scelta, invece.
Anchio, madonna, fui scelta, ma avevo gi deciso di respingere chiunque, allinfuori di lui, se mi avesse scelta.
E chi  questo fortunato mortale? chiese la contessa.
Pietro.
Ecco una risposta da innamorata. Per te non c che un Pietro, mentre io ne conosco tanti di questo nome disse dolcemente la contessa.
Pietro Tasca, detto Faciol, da tutti chiamato il Fornaretto.
Un fornaio? E la contessa non pot trattenere una smorfia di disprezzo.
S, madonna. Il fornaio di casa.
Non  un pari tuo, Annella.
La costernazione si dipinse sul volto della ragazza.
Madonna ella disse,  un buon ragazzo...
Se tu lo dici, sar vero. Ma non basta. Anche leducazione conta, e tu sei stata educata in una casa signorile, mentre il tuo Pietro passa la sua vita in una bottega a fare il pane.
 vero, madonna, ma oltre al pane egli sa fare anche altre cose.
E cio...
Vincere i premi delle regate, per esempio. Potrebbe perci diventare un buon gondoliere.
Bene, bene. Se vuol cambiar mestiere, posso parlarne domani a...
Al signor conte, s! grid tutta contenta, la ragazza.
No, Annella disse la contessa scuotendo tristemente la testa. Nulla io posso chiedere a mio marito. O, piuttosto, tutto io posso chiedergli, ma nulla mi concede.
O, perdonatemi, madonna! Vuol dire che Pietro continuer a fare il fornaio come suo padre, come suo nonno, come...
No, Annella. Se vuoi, ne parler a mie cugino Alvise.
Messer Alvise Guoro?
S,  ricco e non mi ha mai negato un favore.
Oh, grazie, grazie, madonna!
E Annella, felice, baci le mani della sua padrona.
Bene, bene disse la contessa commossa. Ma, dimmi,  un bel pezzo che lo conesci?
Annella non rispose subito. Fece rapidamente un calcolo; poi:
Dieci anni, madonna.
Dieci anni?
S, ero una bambina quando lo vidi la prima volta.
E lultima volta quando lo hai visto?
Stamattina, madonna.
E tra la prima e lultima volta...
Lho visto quasi ogni giorno, perch  lui che porta il pane e sono io che al mattino gli apro.
Non si pu dire che vi conosciate poco osserv la contessa. Ma sei proprio sicura di amarlo?
Oh, madonna, pi di qualunque persona al mondo.
Quanto entusiasmo, ragazza mia! Anchio...
Ma la contessa sinterruppe. Di nuovo gli occhi le luccicarono, come se stesse ancora per piangere.
Che cosa avete, madonna?
E Annella le si inginocchi ai piedi e la guard con rispettoso affetto.
Nulla di grave, Annella. Sono un po nervosa, ecco tutto.
Annella continu a interrogarla con lo sguardo.
Perch mi guardi a questo modo? chiese Clemenza.
Perdonatemi. Vorrei comprendere...
Comprendere? Cosa?
Se siete infelice, madonna, o soltanto nervosa come avete detto.
Allora la contessa, prendendole le mani, la fece alzare e poi, con un sorriso materno:
Lascia andare questi pensieri, Annella. E pensa alla felicit tua, a quella di oggi e a quella che ti aspetta.
E con un gesto affettuoso conged la ragazza. Ma quando questa fu giunta sulla soglia, la contessa la richiam:
Annella, non hai tu detto pocanzi che nessuna donna a Venezia ardirebbe di confrontarsi con me?
S, madonna, e lo ripeto perch ne sono convinta.
Oh, Annella, qualsiasi donna pu credersi pi bella dunaltra quando un uomo glielo permette.
Un uomo? Non comprendo, madonna.
Clemenza non si cur di risponderle.
Segu un lungo silenzio.
La contessa salz, and verso il verone. Era calata la notte. Le lanterne delle gondole, sul Canale, sembravano sfiorarsi, poi sallontanavano, sparivano.
Annella, in piedi, un po impacciata, non sapeva che fare, non sapeva che dire.
A un tratto, tanto per dire qualcosa, osserv:
Quante gondole, stasera!
La contessa non si volt, ma la sua risposta suon dura, tagliente:
Stasera la contessa Zeno d un ballo mascherato.
La cameriera, colpita da quel tono insolitamente duro, non disse nulla; ma la contessa, quasi a prevenire una domanda, aggiunse con volubilit:
Aveva invitato anche me, ma io ho un po di mal di capo...
Ma si sent subito umiliata per la menzogna che era stata costretta a pronunciare, e il viso le bruci come al ricordo dunoffesa, duno schiaffo.
No, non era stata invitata, lei. Da qualche tempo Sofia Zeno non invitava che Lorenzo, e Lorenzo, di solito cos formalista, sopportava questinsulto fatto a sua moglie e quindi a lui...
A lui? ne era proprio sicura, convinta? Non cera in lui, oltre allinquisitore, oltre al patrizio, anche luomo con tutte le sue debolezze?
E anche se il patrizio si fosse sentito offeso, era proprio sicura Clemenza che luomo lo fosse del pari?
Ella aveva visto la gondola di Lorenzo dirigersi verso il palazzo Zeno; non cera pi alcun dubbio: egli sopportava, anzi accettava e incoraggiava la decisione di Sofia.
La sua vanit di uomo, di maschio, aveva il sopravvento sulla sua dignit di patrizio e di marito.
Clemenza si morse a sangue le labbra.
Annella, cui la padrona voltava le spalle, non vide che lirrigidimento del busto e le mani contratte a pugno.
Madonna... mormor.
Le rispose una voce quasi rauca, come soffocata:
Va pure, Annella.  tardi.
Annella, stupita, preoccupata, obbed; ma prima di varcare la soglia si volse a guardare la padrona. Non vide che una figura immobile, come impietrita, che si stagliava contro il cielo stellato.
Uscita Annella, la contessa sabbandon su un seggiolone. |
Sofia Zeno disse, tu me la pagherai!
Si prese la testa fra le mani. Ma ora non piangeva: rifletteva. A un tratto lev il capo, e un sorriso cattivo le illumin sinistramente il volto purissimo.
No mormor. Sarebbe unassai meschina vendetta.
S alz, si diresse verso uno specchio che sormontava una mensola. Rimase a lungo a contemplarsi.
Credeva dinterrogare lo specchio, ma non interrogava che lanimo suo.
La risposta finalmente venne:
Non lei, ma Lorenzo pagher.
Una gioia maligna linvase; ma ella non sapeva daver pronunziato, con quelle parole, la sentenza di morte di due uomini.
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Capitolo 2.

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IL SEGRETO DI MARCO TASCA.
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Il Fornaretto bel ragazzo di ventanni, alto, snello, robusto era affaccendato nella bottega paterna, quando entr Momo il gondoliere.
Buona sera, Pietro.
Buona sera, Momo. Qual buon vento ti mena?
Il vento della curiosit rispose Momo.
Il Fornaretto, bianco di farina dalla testa ai piedi, guard interrogativamente lamico.
Non capisco disse. Che vuoi sapere?
Il giorno delle nozze.
Il viso del Fornaretto sillumin.
Ho deciso rispose di sposarmi il 26 di luglio.
E perch proprio il 26?
 il giorno di SantAnna.
Momo si batt la fronte.
Che stordito! Annella si chiama infatti la tua fidanzata!
Chi parla di fidanzata? fece in quel momento una voce cupa.
Momo si volt e vide entrare Marco, il vecchio padre del Fornaretto.
Io fece Momo.  forse proibito parlarne?
S, quando la fidanzata  una ragazza allevata in casa Mocenigo.
Che vi hanno fatto i Mocenigo?
I Mocenigo nulla. Ma la razza non mi piace.
Non vi capisco: spiegatevi.
Madonna Clemenza Mocenigo, ora sposata al conte Bardo, non  forse cugina di messer Alvise Guoro?
Momo ammutol. Pietro lo guard inquieto.
Il vecchio continu:
E chi non sa che i Guoro sono miei nemici?
Nemici! fece il gondoliere. Suvvia, non dite parole grosse!
Se sapete, Momo, state zitto; e se non sapete, state zitto lo stesso e ascoltatemi.
Per dire la verit fece Momo, so qualche cosa...
Che cosa? fece il vecchio guardandolo fisso.
Via, Marco, non fate quegli occhi, ch sullanima mia mi spaventate.
Peggio per voi, Momo, peggio per voi se avete paura. Io non ho paura di nessuno. Ma c qualcuno, io credo, che dovrebbe aver paura di me.
Padre mio... fece il Fornaretto.
Taci tu disse Marco. Tu eri un bambino quando il padre di messer Alvise si ficc in testa di demolire questa bicocca perch diceva voleva farne un giardino pel suo palazzo ch qui accanto. Ora io chiedo a voi, Momo: era questa una buona ragione perch io dovessi lasciare la casa di mio padre e dei miei vecchi?
Non dico che fosse una buona ragione osserv il gondoliere ma certo il nobiluomo vi avrebbe dato un buon compenso.
Oh, Momo, e quale compenso poteva darmi per questa casetta consacrata da tanti ricordi? Qui sono nato e cresciuto; qui sono morti i miei vecchi. Lasciare questa casa, per me sarebbe stato come lasciare una parte di me stesso! Cercate di comprendermi, Momo: io questa bicocca lamo perch mi ricorda lonesta povert e il lavoro dei miei vecchi, e voglio lasciarla a mio figlio perch ci viva in pace e nel timore di Dio, come i suoi antenati. E che? Forse solo i nobili hanno gli antenati?
Non dico di no, avete ragione fece il Fornaretto; ma che hanno a che fare i Mocenigo con tutto questo?
Non interrompermi, Pietro. Tu non ignori che un brutto giorno il vecchio Guoro pass dai progetti ai fatti e fece buttare i mobili in acqua e ordin ai suoi sgherri di demolire i muri. Io avrei potuto opporre alla forza loro la forza mia; tutti i fornai della contrada mavrebbero aiutato e protetto. Ma mi dissi: A Venezia ci sono leggi per i nobili e c giustizia per la povera gente. Cos feci il mio bravo ricorso alla Signoria, e in capo a tre giorni ogni cosa fu rimessa a posto e ogni danno mi fu compensato. Ma da allora non ebbi pi un momento di pace. Una volta trovai sfondato il battello, unaltra il forno guasto... E non riuscivo mai a sorprendere i colpevoli, pur essendo sicuro che si trattasse di altrettanti tiri giocatimi dal Guoro... Una mattina, finalmente, lo colsi, il malandrino: era un servo dei Guoro. Lo picchiai. Ma da quel giorno saccrebbero i danni. Mani invisibili frugavano dappertutto, sciupando tutto, rovinando tutto... A chi potevo io ricorrere, se non avevo le prove? Un giorno una trave, che era stata tirata su per riparare il cornicione del palazzo Guoro, cadde a piombo sulla mia casa, sfond il tetto e per un miracolo non schiacci la mia povera Rina che allora aveva dieci anni...
Il vecchio sinterruppe e sasciug una lacrima. Poi, stringendo i pugni e levando gli occhi al cielo:
Dio mio, Dio mio, perch non la facesti morire quel giorno?
Padre mio! grid il Fornaretto: Che dite mai?
Che dico? fece il vecchio. E so forse io che dico?
Voi bestemmiate, Marco disse Momo. Che vi prende, stasera?
Taceto, tacete, per carit! disse Marco.
Perch mavete fatto parlare? Sono un povero vecchio, sono un buono a nulla, un ubriacone... Ah, ah, ah! E il vecchio si mise a sghignazzare. Un ubriacone sono, e non bisogna badare alle mie parole. A che servono le mie parole? Possono forse far rivivere la Rina? Ah, Rina, Rina mia!
Ma, padre disse il Fornaretto, voi non siete mai stato un ubriacone...
Infatti disse Momo da quando vi conosco non vi ho mai visto alzare il gomito...
Che ne sapete voi? url il vecchio. Che potete saperne? Vi dico invece che bevo e bevo molto!
Per carit implor il Fornaretto, non mentite, padre!
Mentire, io? Che dici, Pietro?
Lo guard fisso un istante; poi, lentamente, usc, scomparendo nella calle buia.
Momo scosse il capo pensieroso.
Momo fece il Fornaretto, che sar successo?
Non ci capisco nulla confess il gondoliere.
Mio padre disse il Fornaretto  sempre stato un uomo morale e mi adora. Ma quando gli parlo dellAnnella va su tutte le furie; dice che una ragazza educata in casa Mocenigo non pu fare per me. Troppi grilli pel capo, dice, troppe arie, troppo a contatto con i Guoro. Messer Alvise, dice, non lascia in pace una donna e insidier certo anche lAnnella. E dice che lui, Alvise, ha certe maniere e conosce tutte le arti di conquistare una donna. Alvise, dice, frequenta molto i cugini Barbo; e che ne sappiamo noi, dice, che non sia stato anche lamante dAnnella? E io, Momo, gli dico che lAnnella non si lascia conquistare da certi damerini come il Guoro, e che  onesta, e che ama me, e che forse mama da quando aveva dieci anni, e che solo io posso essere il suo uomo, come solo lei pu essere la mia donna. Ma lui non si lascia convincere e dice che solo a pensare che il Guoro abbia potuto baciarla anche una sola volta si sente ribollire il sangue, e perci il consenso, dice, non me lo dar mai... Ah, Momo, amico mio, son proprio disperato, anche perch questostinazione di mio padre, a volte, mi mette in mente certi pensieri, certi sospetti...
Ehi, Pietro, lascia stare i sospetti, ch lAnnella  proprio una brava ragazza, e questo lo sanno tutti quelli che la conoscono, te lo dico io.
Grazie, Momo, sei buono, tu.
Non sono buono. Dico la verit, ecco tutto. E, quanto a tuo padre, non preoccuparti troppo. I vecchi sono molto ostinati, talvolta sappigliano a un nonnulla... E stasera, forse, avr alzato un po il gomito... Sta tranquillo, Faciol, ch tutto  bene quel che finisce bene.
E cos dicendo, Momo batt una mano sulla spalla dellamico e usc.
Il Fornaretto torn al suo lavoro, ma era inquieto e le mani gli tremavano per lagitazione. Gli tornavano a mente le parole del padre: A che servono le mie parole? Possono forse far rivivere la Rina?. E che aveva a che fare la Rina buonanima con i Mocenigo, i Guoro e lAnnella?
Era morta a ventanni, la Rina, di febbre perniciosa, e non sotto la trave fatta apposta cadere dai Guoro sul tetto della casetta dei Tasca.
E perch quel grido: Dio mio, Dio mio, perch non la facesti morire quel giorno?.
Gocce di sudore freddo imperlarono la fronte del Fornaretto. Gli pareva di capire che un mistero dovesse esserci, un mistero terribile...
Debbo sapere disse. Sapr a tutti i costi.
Udi dei passi: era il padre che rientrava.
Padre mio disse Pietro ho da parlarvi.
Il padre sembrava pi vecchio e pi curvo.
Parla rispose.
Io non sono pi un ragazzo.
Sei sempre un ragazzo per me, Pietro.
La voce di Marco aveva ora inflessioni dolci, e il suo viso ispirava una tenera compassione.
Debbo sposarmi, padre.
Si corresse:
Voglio sposarmi. E voi...
Non discutiamo ancora. Io non te lo impedir, ma il mio consenso non potrai strapparmelo mai.
Ma padre...
Basta cos, Pietro.
Vi prego...
Vado a letto. Sono stanco.
Una sola domanda, vi supplico.
Riguarda i Guoro?
S e no.
Non  una risposta, questa. Riguarda i Guoro?
No. Riguarda lAnnella.
Non voglio sentir parlare di quella ragazza.
Che cosa vi ha fatto?
Nulla, ma pu far tanto male a te...
Male? A me? LAnnella? E in che modo?
So forse io in che modo? I modi son tanti e il male  sempre male.
Vi giuro, padre, che capisco meno di prima.
E chi ti ha chiesto di capire? Io non ti chiedo che desser lasciato in pace.
Siete in collera con me, padre mio?
Marco lo guard fisso; gli si avvicin lentamente; gli pose una mano sui capelli; cominci ad accarezzarglieli lievemente, con una tenerezza nuova, pi materna che paterna, guardandolo come si guarda un moribondo che ci  caro: con gli occhi umidi e un sorriso tristissimo che vorrebbe confortare, incoraggiare, e non riesce che a commuovere, che a rendere al moribondo pi chiara, pi nitida la coscienza della fine imminente e pi duro il distacco dalla vita.
Il Fornaretto chiuse gli occhi: gli pareva desser tornato bambino, desser cullato dalla mamma...
A un tratto si scosse, aperse gli occhi, pronunci un nome:
Annella...
Il padre indovin il pensiero del figlio.
No, Pietro disse dolcemente, non le  accaduto nulla, sta tranquillo.
Il Fornaretto guard il padre negli occhi, poi lo abbracci e lo sent tremare fra le sue braccia robuste.
Ma voi tremate, padre...
Sono stanco, Pietro, non badarci.
No: voi mi nascondete qualche cosa.
Marco si lasci sfuggire un sospiro.
Pietro... cominci.
Il Fornaretto pendeva dalle labbra paterne.
Ma Marco sinterruppe e saccasci su una sedia.
Padre mio...
No, tu non devi sapere...
Dio mio. voi finirete col farmi impazzire, col farmi commettere qualche sciocchezza...
Pietro!
Perdonatemi.
Non ho nulla da perdonarti. Sei tu che devi perdonare i miei scatti, le mie ire. Sono un povero padre.
E un singhiozzo accompagn le parole del vecchio.
Un povero padre... ripet il Fornaretto.  Un povero padre... Vi ho forse dato qualche grosso dolore, io?
Oh, tu no, Pietro, ragazzo mio. Tu sei la mia consolazione, tu sei la mia vita stessa.
Allora un nome sfugg dalle labbra del Fornaretto:
Rina...
Taci!
E il vecchio gli afferr un braccio, stringendoglielo fino a fargli male.
Ma il Fornaretto non si lasci intimidire:
No! grid. No! Voglio sapere, io! Ne ho il diritto!
Senza lasciargli il braccio, il vecchio avvicin il suo viso a quello di lui, e con voce chiara, scandendo le sillabe:
Non bisogna violare i segreti dei morti disse.
Il Fornaretto rabbrivid:
C dunque un segreto?
Il padre non rispose.
Il Fornaretto insist:
C dunque un segreto.
Ora non chiedeva: affermava. E il vecchio non negava: aveva confessato, non poteva disdirsi.
Ma voi aggiunse Pietro lo conoscete, questo segreto. Perch dunque io debbo ignorarlo?
Il vecchio si nascose il viso fra le mani.
Perch piangete, padre mio?
Marco sollev il capo: il viso era asciutto, gli occhi fissi.
Hai ragione, Pietro. Devi sapere tu, affinch impari a odiare.
Odiare? E chi dovrei odiare, io, se nessuno mi ha mai fatto del male?
Pensi solo a te? E io, e tua madre, e...
Un grido sfugg dalle labbra del Fornaretto: un grido dangoscia, di odio:
Ah!
Il vecchio sussult.
 Rina la vittima,  Rina, povera Rina! grid il Fornaretto.
No disse Marco. Non voglio che tu odii. Non avrei dovuto dirtelo. Bisogna perdonare. Tu puoi... tu puoi perdonare... Io no, io non posso, io sono il padre...
Tacete. Comprendo tutto. Fu Alvise, non  vero? Fu lui a gettare lonta su tutta la nostra famiglia... E la Rina...
Fu circuita, illusa, abbacinata... Cedette... Non  morta di febbre.  morta mettendo al mondo la creatura di lui... Morte tutte due: la madre e la bambina. Era fuggita di casa, povera Rina... Io lo nascosi a tutti. Dissi chera andata in servizio a Padova. La vidi sul letto di morte... Mi chiese perdono... Mi preg di perdonare a lui.
Un tremito nervoso invase le membra del vecchio.
Ma lui continu Marco, lui ha dimenticato tutto, lui si diverte, lui corteggia tutte le donne...
Il vecchio sinterruppe.
Anche Annella? chiese il Fornaretto con voce soffocata.
Anche Annella.
Ne siete sicuro?
Li ho visti insieme.
Quando?
Ieri sera, presso la porticina del palazzo Barbo. Non potei udire quel che si dicevano. Lui parlava molto, lei rispondeva a tutto, brevemente, mi parve. Non mi videro. Era buio...
Il Fornaretto strinse i pugni.
Lui, sempre lui... mormor.
Era diventato pallido come un morto.
Ora mi comprendi, Pietro? chiese il padre. E pensa che fino a ieri io non sapevo nulla dellAnnella, se non che era stata allevata in quel nido di vipere... Ch i Mocenigo e i Guoro son la stessa cosa... Non  una Guoro la madre della contessa Clemenza? Ah, Pietro mio, allontanati da quella casa!
Il Fornaretto non disse parola. Si aggirava per la bottega come una belva in gabbia. A un tratto si ferm dinanzi al padre:
Vendicher la Rina disse con voce sicura.
No, Pietro.
La vendicher, mi dovesse costar la vita...
E a me, povero vecchio, non pensi? Resterei solo, non potrei sopravvivere...
Il vecchio scivol in ginocchio ai piedi del figlio e gli abbracci le gambe.
Ti supplico, Pietro...
Aveva il viso inondato di lacrime e la bocca tremante.
Il Fornaretto lo sollev, lo fece sedere, ma dalle sue labbra contratte non usciva una sola parola.
Pietro implorava il vecchio, Pietro, tu devi promettermi, devi giurarmi...
Non posso, padre.
Devi, devi, Pietro. Per me devi farlo, solo per me...
Il Fornaretto non rispose subito. Il vecchio, tremante, gli accarezzava le mani, le braccia, lo stringeva a s: disse:
Ricordati che tu sei la mia vita.
Il Fornaretto si chin a baciare quei capelli bianchi, quella fronte imperlata di sudore freddo, quegli occhi stanchi...
Giuro disse.
Il vecchio sorrise come un bimbo.
Disse:
Tu sei il mio sole. Tu puoi dar solo luce, calore, benessere.
Il Fornaretto stette un istante pensieroso; poi:
E lAnnella?
Non curartene pi, Pietro.  una bambina sciocca, anche lei abbagliata dalle ricchezze in mezzo a cui vive... Non sa, non pu comprendere, almeno per ora... Un giorno si pentir, ma sar troppo tardi.
Padre, e se fosse innocente?
Un sorriso incredulo sfior le labbra del vecchio.
Oh, Pietro! E quel colloquio notturno?...
Avete ragione, padre mio.
E il Fornaretto, senza aggiungere parola, si rimise al lavoro; ma sicuro, proprio sicuro della colpevolezza di Annella non era. Peggio quel dubbio, peggio dogni certezza.
Domani pens sapr ben costringerla a confessare.
Lavor con ardore, quasi con rabbia, sino allalba, torturandosi, macerandosi, voltandosi ogni tanto a guardare il padre che sera addormentato accanto al forno, su una sedia sgangherata.
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Capitolo 3.

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I DUE RIVALI.
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Mentre il Fornaretto apprendeva dal padre il delitto di Alvise Guoro, patrizio di Venezia, nelle sfolgoranti sale di palazzo Zeno le danze fervevano, e proprio messer Alvise, splendidamente travestito da mercante turco, era loggetto dammirazione di tutte le dame, oltre che per il fascino che emanava da tutta la sua persona, anche per le sue insuperabili doti di ballerino.
Alto, magro, oblunghi occhi azzurri, capelli corvini, colorito olivastro, naso aquilino, labbra sottili, dure, ma facili al sorriso, un sorriso fanciullesco, gaio, che traeva in inganno anche le donne pi astute e costituiva la sua maggiore risorsa di seduttore, il nobiluomo Alvise Guoro era uno di quegli uomini che, visti una volta, non si dimenticano pi.
Alvise disse una vecchia dama non balla: vola.
Il merito disse una voce alle spalle della vecchia dama non  tutto dAlvise.
La dama si volt e riconobbe Lorenzo Barbo nel cavaliere dugentesco che le stava dinanzi.
Voi volete dire ella replic che il merito  anche della dama... di Sofia, cio.
No anche ribatt Lorenzo, ma soprattutto.
Oh, oh! fece la dama. Questo non  lusinghiero per vostro cugino.
Lo  per per la nostra bella padrona di casa. Guardate quanta grazia nei movimenti di madonna Sofia!
Siete dunque proprio innamorato?
Lorenzo non era soltanto un terribile inquisitore, luomo che faceva tremare tutta Venezia, non escluso, si diceva, il doge: era anche un uomo di spirito.
Perci rispose:
Innamorato s: della sua grazia, della sua vivacit, della sua cultura. Non ne siete forse innamorata anche voi, madonna?
La vecchia dama lo guard un istante perplessa. Poi:
Oh, certamente, certamente rispose, indispettita di non aver saputo strappare una confidenza, una confessione: la confessione di quellamore di cui tutta Venezia dal doge al gondoliere parlava, ma di cui nessuno aveva le prove.
Intanto la danza era terminata e Alvise saccingeva ad accompagnare Sofia al suo posto, quando Lorenzo gli si par davanti.
Devo parlarti, Alvise.
Di pure, caro cugino.
Non qui per.
E dove?
In un salottino, se non ti dispiace.
Sono a tua disposizione.
Cos dicendo, Alvise cerc con gli occhi Sofia, ma questa era sgusciata via, e non era facile riconoscerla subito in quella folla di maschere.
Alvise si rassegn quindi a seguire il cugino.
Nel salottino orientale, in cui Lorenzo lo condusse, furono soli.
Lorenzo appariva piuttosto nervoso.
Buon segno pens Alvise. Significa che non  sicuro di s.
Ma singannava: Lorenzo era sicuro di s, o, meglio, dellamore di Sofia per lui. Di Alvise, piuttosto, non era sicuro; ma non, questa volta, dellAlvise seduttore consumato, volta a volta ardito e prudente, timido e disinvolto, cauto e impavido.
Lorenzo lo conosceva bene. E sapeva anche ci di cui lo stesso Alvise non si rendeva perfettamente conto: suo cugino, per la prima volta in vita sua, era innamorato. E loggetto del suo amore era Sofia Zeno.
Un innamorato pu essere talvolta pi pericoloso dun volgare seduttore. Lorenzo Barbo intuiva questa verit e aveva paura. Un innamorato pu compromettere anche se stesso; un seduttore non compromette che la donna.
Lorenzo comprendeva che di nessuno e di nulla Alvise aveva paura, che di fronte a nulla e a nessuno avrebbe indietreggiato, ora che amava. Perci lo temeva.
Tuttavia Lorenzo aveva una probabilit di riuscire nel suo giuoco di eliminazione, e questa probabilit non sarebbe esistita se Alvise fosse stato semplicemente incapricciato di Sofia. In tal caso Alvise avrebbe conservato tutto il suo sangue freddo, poich un seduttore volgare pensava Lorenzo, ed era nel vero, anche quando  ardito non lo  che per calcolo, mai per impulso.
Ora e in ci Lorenzo non singannava Alvise tanto pi facilmente poteva cadere nel tranello che Lorenzo gli tendeva, in quanto lamore, solo lamore lo dominava.
Un altro vantaggio aveva Lorenzo su Alvise: mentre questi non sapeva quali fossero precisamente i rapporti tra il cugino e Sofia, Lorenzo sapeva bene che inutilmente Alvise corteggiava quella donna.
E che Alvise non fosse a conoscenza dei fatti, ne  prova il colloquio che egli aveva avuto la sera prima con Annella: colloquio che il padre del Fornaretto aveva visto e sfortunatamente non udito.
Come poteva Alvise sapere se Sofia ricambiava oppure no i sentimenti che era chiaro Lorenzo nutriva per lei?
Non si trattava di sapere se Lorenzo trascurasse un po la moglie; bens se questa fosse davvero molto infelice. Dalla infelicit di Clemenza, Alvise avrebbe misurato la felicit del marito.
Ma Clemenza era orgogliosa e assai difficilmente avrebbe confessato le sue pene.
Cos pensava Alvise, e non singannava: Clemenza era gelosa del suo dolore come dun tesoro preziosissimo.
Fu cos che il Guoro che Sofia, civetta consumata, non si decideva n ad accettare come sposo n a respingere come corteggiatore decise di ricorrere alla cameriera di Clemenza, Annella, che egli sapeva intima di casa e immaginava confidente della padrona.
Ma nulla sapeva la ragazza, e alle domande di Alvise non aveva potuto n affermare n negare.
Alvise non aveva avuto perci che informazioni assai vaghe: felice certo non era, madonna Clemenza, ma poteva lei, Annella, affermare sinceramente che fosse dovuta alla condotta di messer Lorenzo la malinconia della sua padrona?
Non ricordava anche lui, messer Alvise che, madonna Clemenza aveva sposato senza soverchio entusiasmo quelluomo, di quindici anni pi anziano di lei? Non sapeva anche lui ci che sapevano tutti a Venezia, e cio quanto freddo e duro fosse il carattere del conte Barbo?
Ma non bisticciano mai, i tuoi padroni? aveva chiesto Alvise.
Mai, che io sappia aveva risposto Annella.
Ma di questa risposta Alvise non sera abbastanza rallegrato, non perch non credesse alle parole di Annella (era una ragazza ingenua, alla buona e, salvo casi eccezionali, incapace di mentire: Alvise non singannava sul suo conto), ma perch sera accorto troppo tardi daver fatto una domanda ingenua. Forse che un uomo come Lorenzo o una donna come Clemenza avrebbero avuto il cattivo gusto di bisticciare in presenza della servit?
Ma lui, Alvise Guoro, perch sinteressava tanto della felicit di Clemenza Barbo? Questo gli aveva chiesto, con parole tanto rispettose quanto ingenue, lAnnella.
E lui, pronto:
Non  forse mia cugina, madonna Clemenza? Chi dovrebbe proteggerla se non io, dal momento che le  morto il padre e non ha fratelli?
E di questa risposta lAnnella sera accontentata; laveva anzi trovata tanto giusta che aveva persino promesso di tenerlo al corrente di qualunque cosa le fosse dato sapere.
Sicch ora Alvise credeva davere almeno un vantaggio: quello davere un alleato.
Convinto daver fatto le cose per benino, fiducioso nella sua buona stella, e tanto pi forte quanto pi vedeva nervoso Lorenzo, Alvise affront, o per dir meglio si lasci affrontare dal rivale con mirabile sangue freddo, lievemente sorridendo, ma proprio lievemente, per non dar limpressione che volesse far dellironia.
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Capitolo 4.

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FINE DUN GIOCO.
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Lorenzo credette bene entrar subito in argomento.
Caro cugino disse, chi non sa che tu sei innamorato di madonna Sofia?
Infatti... fece Alvise.
Bene continu il conte. Mi proponevo da tempo di farti una domanda.
Perch non me lhai fatta?
Per discrezione.
Ora dunque ti prepari ad essere indiscreto?
 necessario.
Oh, oh! La cosa  dunque seria!
Abbastanza.
Alvise scoppi in una bella risata:
Sei un uomo prudente, Lorenzo. Un altro avrebbe risposto: Molto. Tu ti limiti a dire: Abbastanza. Sei un fine diplomatico. Ora comprendo perch la Serenissima ti abbia affidato tante e cos importanti ambascerie. Ma perdona il commento, ti prego. Son tuttorecchi. Continua.
Ebbene  disse Lorenzo, se ne sei innamorato, perch non la sposi?
Era questa la domanda indiscreta?
Questa.
E chi ti ha detto che non voglio sposarla?
Allora perch non ti decidi?
Qui Alvise present il tranello. Stiamo in guardia si disse.
Ebbene? insist Lorenzo, poich Alvise non rispondeva.
Caro Lorenzo disse Alvise,  proprio necessario che io ti dica che per sposarsi bisogna essere in due? Non aspetto che una parola di madonna Sofia, per condurla allaltare.
E questa parola madonna Sofia non te lha ancora detta neppure con gli occhi?
No, caro Lorenzo, altrimenti non sarei qui a discutere con te.
Discutere? fece Lorenzo aggrottando la fronte. La parola  esagerata. Io direi: Conversare.
Come vuoi, caro cugino. Conversare, sia pure. Comunque...
Comunque?
Ecco, io non capisco perch tu tinteressi tanto della faccenda.
Non sono forse tuo cugino?
S, per matrimonio.
Lo sono, tuttavia.
S, ma non basta a spiegare il tuo interessamento.
Infatti, mio caro Alvise, io non ho un consiglio da darti, ma una preghiera da rivolgerti.
Una preghiera?
S, Alvise. Tu non ignori che le male lingue mi dicono amante di Sofia Zeno...
Oh! fece Alvise fingendo indignazione.
Queste voci prosegu Lorenzo, senza curarsi dellesclamazione di Alvise potrebbero giungere allorecchio di Clemenza...
Capisco disse Alvise con un sorriso fine.  E siccome tu adori tua moglie...
Precisamente disse Lorenzo, fingendo di non aver rilevato il tono ironico del cugino.
E siccome tu adori tua moglie continu il Guoro vorresti che queste voci tacessero.
Nulla di pi naturale, mi sembra.
Non dico il contrario. Ma io non mi presto al tuo gioco.
Lorenzo spalanc tanto docchi: Alvise avrebbe intuito il tranello?
Il mio gioco? disse.
S, Lorenzo: Perch non si tratta che dun gioco. Tu ti sei detto: Come potrebbero tacere queste voci? Solo alla notizia del fidanzamento di Sofia con Alvise. Allora hai fatto la lezioncina a Sofia, le hai raccomandato cio di accettare la mia proposta di matrimonio, di fidanzarsi con me e poi, un bel giorno, con una scusa qualsiasi, mandare a monte il matrimonio...
Ma che dici, Alvise?
La verit. Intanto, cio durante il periodo del nostro fidanzamento, la gente, non potendo pi pettegolare sul tuo conto, avrebbe cercato altri soggetti, e un giorno, rotto il fidanzamento, non si sarebbe pi curata del tuo amore per Sofia. I pettegoli, tu lo sai, sono volubili: non amano le minestre riscaldate.
Il terribile inquisitore non pot fare a meno di ammirare lintelligenza e lintuito di quelluomo.
Rimase un istante perplesso, ma subito si riprese:
Tu disse sei troppo furbo, troppo diffidente. E il troppo guasta. Ma dal momento che ritieni daver indovinato il mio pensiero, dovresti saper indovinare anche quello di Sofia. Luomo - aggiunse con un sorriso beffardo che celava un profondo dispetto che ha sventato i piani di Lorenzo Barbo, dellinquisitore pi astuto della Repubblica, si lascerebbe trarre in inganno da una donna?
Lorenzo era sicuro di Sofia, da lui istruita a dovere, e poteva perci concedersi il lusso di sfidare Alvise.
Questi, dal canto suo, comprese che si trattava di una sfida, e duna sfida pericolosissima, perch ora entrava in iscena una donna, una donna che per tanto tempo aveva saputo tenerlo avvinto a s senza nulla concedergli se non la speranza. E prima di accettarla, questa sfida, ebbe un momento desitazione. Ma fu proprio solo un momento. Era giocatore distinto.
Disse:
Vuoi che parli a Sofia, che le chieda di sposarmi?
S.
Bene. Le parler.
E Alvise si diresse verso la porta. Prima duscire, gir appena il capo per dire:
In guardia, Lorenzo. Riuscir a sapere la verit.
Non  forse ci che desidero?
Alvise non rispose. Adesso era lui che sfidava.
Lorenzo ebbe un sorriso ironico. Quel damerino silludeva di poter smentire il terribile inquisitore?
Poi anche Lorenzo usc dal salottino, e vide Alvise avvicinarsi a Sofia Zeno.
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Capitolo 5.
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ANNELLA VA INCONTRO AL SUO DESTINO.
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Mentre il Fornaretto, deluso, amareggiato, indignato, lavorava accanitamente e Lorenzo Barbo, tranquillo, giocava, senza saperlo, una pericolosissima carta, Annella non riusciva a prender sonno. Il colloquio avuto con madonna Clemenza le aveva messo addosso uninquietudine nuova. Inoltre quel colloquio Annella non poteva fare a meno dassociarlo, nella sua mente, a quello avuto due sere prima con messer Alvise.
Qui pens c qualche mistero.
Poi pens al Fornaretto e, chi sa perch, ebbe paura: paura per lui.
Aveva il cuore in tumulto, la testa in fiamme.
Si alz, and alla porta, laperse, senza sapere quel che faceva si diresse verso la camera della contessa.
A un tratto, nel lungo corridoio oscuro, si ferm: aveva udito un singhiozzo.
Allora perse la testa, si precipit verso una porta in fondo al corridoio, cominci a gridare:
Madonna Clemenza, Madonna Clemenza!
Annella!
La porta saperse: unalta figura bianca apparve.
Annella, coshai? Tremi tutta...
Madonna Clemenza, anchio sono infelice come voi! Anchio, anchio...
Ma Annella, calmati, non dir sciocchezze... Io non sono infelice; tu non sei infelice... Non far la bambina, Annella.
Non mentite, madonna. Anche messere Alvise crede che voi siate infelice... Ma lui vi protegger, solo lui...
Alvise? Ma cosa dici, Annella?
Allora Annella raccont il colloquio avuto col Guoro, e mentre ella parlava il viso della contessa silluminava duna gioia quasi feroce.
Bene disse Clemenza. Io mi servir di lui per spiare i passi di mio marito, e tu, Annella, devi aiutarmi, introdurre di nottetempo messer Alvise nel palazzo, e giurare di non farne parola con nessuno.
Nemmeno col mio Pietro?
Nemmeno col tuo Pietro. Giuralo.
Annella esit.
E disse se si venisse a sapere qualche cosa...
Dirai che messer Alvise  il tuo amante.
Madonna Clemenza! Messer Lorenzo mi scaccerebbe!
 che timporterebbe? Io ti farei la dote e tu potresti subito sposare il tuo fornaio...
Ma...
Non vuoi dunque aiutarmi, Annella?
Tutto, madonna, io farei per voi.
Allora giura di non svelare il segreto.
Ho paura, madonna.
Paura di che, sciocchina?
Che facciano del male al mio Pietro.
Che centra il tuo Pietro? Non ti capisco, Annella.
E neppure io disse la ragazza mi capisco, stanotte. Mi sembra che tutti congiurino contro di noi... Il mondo ci schiaccia. Noi siamo piccole piccole... Savvicina la fine...
Tu deliri, Annella.
Pu darsi.
Vattene. Sei una stupida. Ho detto per gioco, per metterti alla prova.
No, madonna, voi avete bisogno di me, io lo so, lo sento... E io vi aiuter... Perdonatemi...
Non ho bisogno di nessuno disse la contessa. E poi di te non mi fido.
Dovete, madonna, dovete fidarvi di me. Non dir nulla a nessuno. Lo giuro.
E, dopo quesie parole, Annella ritorn lentamente, come un automa, nella propria camera.
Non aveva ragionato: aveva obbedito a un impulso. Era scritto come dicono gli arabi che ella agisse cos.
Ora stava coricata, con gli occhi sbarrati nel buio. Mormorava:
 terribile il mio destino...
Ragionava di destino e di ineluttabilit: cose cui non aveva mai pensato prima, parole che forse non aveva mai pronunziate e di cui non comprendeva pienamente il significato. Aveva la fronte madida di un sudore freddo, batteva i denti. Chiuse gli occhi e vide il Fornaretto, altissimo, col braccio teso verso di lei:
Ti maledico, Annella egli diceva con voce roca.
Anella apr gli occhi, gett un urlo e svenne.
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Capitolo 6.

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AMORE E PIET.
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Che strana ragazza! pens la contessa Clemenza.  Non lho mai visita cos agitata. M sembrata sempre tranquilla, normale... A volte ci si inganna: un bel giorno una persona normale perde la testa...
Interruppe il corso dei suoi pensieri per guardarsi in uno specchio. Un sorriso cattivo le incresp le labbra.
Alvise disse mi aiuter a vendicarmi.
Poi ritorn in letto.
Ma io non lo amer mai pens.
E ad un tratto sent per lui un profondo disprezzo.
Sciocco! disse ad alta voce.
Poi soffi sulla candela e nel buio ripet:
Sciocco!
Rimase anche lei, come lAnnella, con gli occhi sbarrati, e a poco a poco una strana paura linvadeva. Ripensava ora alle parole di Annella:
Tutti congiurano contro di noi... Il mondo ci schiaccia....
Sirrigid nel gran letto soffice. Sentiva il freddo a poco a poco invaderla tutta: un freddo mortale. E una stanchezza nuova le paralizzava le membra. Le parole di Annella le turbinavano nella mente stanca:
Savvicina la fine....
Non riusciva a scacciare limmagine di Annella tutta tremante, in camicia da notte, i bei capelli neri sparsi sulle bianchissime spalle.
Che sciocca, quella ragazza!
E la contessa Clemenza sorrise con sforzo.
Ma anchio aggiunse anchio sono una sciocca.
E disprezz lAnnella e disprezz se stessa. Lunica cosa viva in lei era la mente: ora non riusciva neppure pi a sorridere.
Sono una povera donna pens.
E avrebbe voluto piangere, ma non pot, come se anche le lacrime, come tutto il corpo, si fossero raggelate.
Una povera donna ripeteva tra s, una povera donna...
E le parve di piangere su se stessa, anche senza lacrime.
Cos, con gli occhi aridi, gelida nel letto caldo, madonna Clemenza si addorment.
Intanto, in un altro palazzo del Canal Grande, nel palazzo Zeno, Alvise Guoro, avvicinatosi, come abbiamo detto, a madonna Sofia, che conversava con un gruppo di gentiluomini, le aveva sussurrato:
Ho da parlarvi.
Allora Sofia, allontanatasi con una scusa dai suoi invitati, gli aveva fatto segno di seguirla.
Percorsero un lungo corridoio, in fondo al quale si trovava il salottino intimo di madonna Sofia.
Quante precauzioni, madonna Sofia! disse Alvise con un sorriso.
Suppongo si tratti di cosa molto grave.
Come fate a saperlo?
Non lo so disse la bella Sofia. lo intuisco.
Siete perspicace.
Sono semplicemente donna.
Non lo nego disse Alvise inchinandosi galantemente. Ma vi siete tradita.
Tradita? Ma che dite, messer Alvise?
Ascoltate, mia cara Sofia, non credete che sarebbe meglio giocare a carte scoperte?
Sofia finse stupore.
Ma, parola donore, Alvise, stasera non vi capisco.
Fate male a mentire ancora. Io sono leale. Perch non volete esserlo anche voi? Vi offro la pace: perch volete la guerra?
Sofia lo guard attentamente. Sofia Zeno, vedova, bella, ricca, aveva trentanni e, quanto a schermaglie amorose, non era certo alle sue prime armi.
Inoltre ella sapeva mentire con molta grazia e con altrettanta leggerezza e ci per tre ragioni: perch era donna, perch era bugiarda per natura e perch sera invaghita di Lorenzo Barbo, dal quale, come aveva intuito Alvise, era stata istruita a dovere circa la risposta da dare al Guoro,
Senonch Lorenzo Barbo aveva fatto i conti senza la piet di Sofia. Il tono sincero di Alvise infatti la commosse. Nonostante i suoi difetti, Sofia Zeno non era cattiva.
Perci disse:
Caro Alvise, siete proprio sicuro che io preferisca la guerra alla pace?
Alvise si accorse del mutamento che era avvenuto in lei e rispose:
Un istante fa ne ero sicuro.
E adesso?
Adesso non pi.
Sofia sorrise dolcemente. Pensava: In fondo Lorenzo esagera. Non  necessario ingannare ancora questo povero Alvise che muore damore per me. Quanto a Clemenza e alla sua felicit, non sono io che devo pensarci. Provveda il marito.
Tuttavia ella non era cos sciocca da confessare tutto ad Alvise; perci disse:
Sentite, Alvise. Io vi ascolter e vi risponder sinceramente. Ma per carit, non venite a parlarmi di carte coperte o scoperte, di perspicacia e di slealt.
Alvise le prese una mano e gliela baci, dicendo:
Perdonatemi, Sofia... Sono pazzo stasera, pazzo damore.
Sofia rise allegramente:
Cos mi piacete, Alvise. Eccovi ritornato in voi.
Ritornato in me? Ma se vi ho detto che sono pazzo damore!
Voi siete sempre pazzo damore per qualcuna.  nella vostra natura, Alvise.
Non scherzate, Sofia. Vi amo e lo sapete...
Non ne dubito.
Ebbene?
Ebbene cosa?
Che mi rispondete?
Mi avete forse chiesto qualche cosa?
 vero Sofia. Ma ve la chieder adesso.
Cos va bene. Ma prima che mi chiediate ci che avete da chiedermi, voglio darvi un consiglio.
Dite pure, Sofia.
Non chiedetemi di sposarvi.
Alvise seppe dominarsi:
Oh! disse con disinvoltura. Non ve lo avrei mai chiesto! Sono rassegnato oramai. Ma aggiunse fissandola intensamente vi ringrazio ugualmente del consiglio.
Tacque. Si fissarono a lungo, tutti e due un po commossi. Finalmente Sofia ruppe il silenzio:
Che cosa avevate dunque da dirmi?
Alvise, con la morte nel cuore, seppe trovare la forza di scherzare:
Sst! disse. I muri potrebbero avere orecchie.
Si chin verso di lei e, a voce bassa:
Luned offro una festa mascherata nel mio palazzo. Verrete anche voi?
Una lacrima spunt tra le ciglia di Sofia.
Siete un amico, Alvise ella rispose.
E voi disse Alvise siete una buona donna.
Le baci la mano e scomparve.
Nel salone da ballo scorse Lorenzo e gli si avvicin.
Perdonami gli disse.
Perdonarti? fece Lorenzo, sicuro daverlo tratto finalmente in inganno. E perch dovrei perdonarti, caro cugino?
Riconosco disse Alvise desser stato ingiusto verso di te. Sono uno sciocco. Avevo creduto che tu avessi prevenuto Sofia, ma or ora mi sono accorto dessermi sbagliato.
Vedi dunque? grid trionfante Lorenzo.
Sbagliato, s prosegu Alvise, poich Sofia, invece dincoraggiarmi come avrebbe fatto se fosse stata daccordo con te, mi ha trattato con tanta disinvoltura che mi  mancato lanimo di proporle di sposarmi.
Sicch fece Lorenzo impallidendo tu...
Io disse Alvise ho parlato del pi e del meno. Cosa vuoi aggiunse filosoficamente, ho capito che non c niente da fare, e francamente preferisco evitarmi lumiliazione dun rifiuto. Invecchio, caro Lorenzo, e non ho pi la baldanza dei miei ventanni.
Cos dicendo gli fece un cenno di saluto e si allontan mescolandosi tra le maschere.
A un tratto si volt e, non visto, lo guard un istante:
Canaglia! mormor. Sapr ben vendicarmi.
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Capitolo 7.

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GELOSIA.
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Quella mattina il Fornaretto si rec, come ogni giorno, in casa Barbo a portare il pane.
Era pallido come un morto, e, quando Annella lo salut, non rispose.
Annella, cui non era sfuggito il mortale pallore di lui, ripet:
Buon giorno, Pietro.
Egli non la degn neppure di uno sguardo.
Ma Pietro... fece Annella.
Il Fornareito depose i pani sulla tavola della cucina; poi, avvicinatosi alla ragazza, rimasta inchiodata dallo stupore in mezzo alla stanza:
Come sta messer Alvise? disse costringendo le sue labbra a un sorriso.
Messer Alvise? balbett Annella. Ma che dici mai, Pietro?
Basta con le finzioni disse il Fornaretto. So tutto.
Annella impallid.
Il tuo pallore continu il Fornaretto  significativo.
Pietro, ti giuro...
Non giurare! Te lo proibisco!
Devi ascoltarmi,
Ancora menzogne?
Non ti ho mai mentito, Pietro.
Sempre, invece. O almeno dal giorno in cui hai cominciato a trescare col Guoro...
Non bestemmiare, Pietro, per carit! grid lAnnella.
Allora taci.
No. Bisogna che tu sappia...
Che cosa?
Che io sono innocente.
Ammetti dunque che vi sono prove contro di te.
Apparenze disse Annella,
Sei stata vista disse il Fornaretto.  inutile negare. Mio padre tha vista parlare a lungo col Guoro, con quella canaglia...
Pietro!
Ah! Lo difendi? Dunque lami.
Annella gli si aggrapp al collo:
Guardami, Pietro. Ho io la faccia duna colpevole?
Il Fornaretto si svincol:
E che so io? disse. Le donne, anche quelle che sembrano delle sante...
Ma Annella non gli lasci terminare la frase. Con una mano gli tapp la bocca e con laltra gli prese una mano stringendogliela fin quasi a fargli male.
Sei dunque un giudice volgare, tu? gli disse. Ti fermi alle apparenze... Vieni qui a schernirmi... non vuoi ascoltarmi... minsulti... E Annella scoppi in un pianto dirotto.
Vattene, diceva tra i singhiozzi. Vattene... Sei un mostro...
Il giovane si commosse:
Annella...
E la sua voce tremava demozione.
La ragazza alz il capo e lo guard.
Pietro ella disse. Pietro, tu mami...
Ti amavo...
No, tu mami ancora. Lo so, lo vedo, lo sento...
Tinganni egli disse riuscendo a dominare lemozione che lo soffocava.
Non minganno. Ma perch non senti anche tu che io ti amo, che non amo altri che te?
Il Fornaretto saccorse che la fanciulla era sincera. Ma perch allora quel colloquio serotino col Guoro? E perch quel pallore, quellemozione?
Annella le disse con voce dolce, non sono qui per condannarti, son qui per ascoltarti.
Il viso della fanciulla sillumin.
Oh, Pietro!
Poi tacque improvvisamente.
Ebbene? fece il Fornaretto.
Ma Annella non rispose. Non poteva discolparsi senza venir meno al giuramento fatto alla sua padrona.
Che coshai, Annella? E la voce del Fornaretto tremava damore e di sospetto, di gelosia e di dubbio.
Annella era immobile dinanzi a lui, le sguardo vago, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Sembrava una colpevole oramai rassegniata a tutto.
Il Fornaretto le afferr un braccio; ella lo lasci fare, sempre immobile, muta, come indifferente, lontana.
Allora egli la scosse per le spalle:
Annella, Annella! implor.
La fanciulla lo guard stancamente, poi disse:
Tutto  contro di me.
Ma pareva parlasse dunaltra, non di s: lente erano le parole e assente lo sguardo.
Parla! grid il Fornaretto. E io ti creder!
Non ho nulla da aggiungere disse piano la ragazza.
Sei dunque colpevole?
Tu lo credi ella disse.
Ma il Guoro tinsidiava dunque?
No.
Ah, lo proteggi! Ma io lo uccider come un cane...
Annella sussult :
Pietro, io non lo amo...
Ma egli ama te!
Neppure.
Ti desidera allora?
No, Pietro.
Che voleva dunque da te laltra sera?
Nulla.
Impossibile. Stette un pezzo a parlare. Gli chiedevi forse tu qualche cosa?
Queste parole illuminarono Annella. Si scosse. sorrise.
Si disse. Qualche cosa per te.
Per me?
Per te, s. Non ti piacerebbe fare il gondoliere?
Annella, io non abbandoner mai il mio mestiere. Ma il Guoro che centra?
Gli ho chiesto dassumerti al suo servizio come gondoliere.
Il Fornaretto divent pallido come un morto.
Io... disse io al servizio di quellassassino...
Pietro! esclam Annella. Ammattisci?
Non ammattisco, no. Ma non parlarmi mai pi di quelluomo, e guai a te se ti colgo ancora a colloquio con lui!...
Ma Pietro...
Il Fornaretto non volle sentir altro. Infil la porta e disse:
Guai a te, Annella! Ed  lultima volta che te lo dico.
Poi scomparve quasi di corsa.
LAnnella stette un po sulla soglia, fino a che i passi del Fornaretto risonarono nella calle illividita dal chiarore dellalba.
Poi si lasci cadere su una sedia; e, gli occhi al cielo e le mani giunte:
Vergine Santa mormor, aiutami tu!
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Capitolo 8.

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LA MATASSA SINGARBUGLIA.
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Quando il Fornaretto rifer al padre il colloquio avuto con Annella, il vecchio Marco scosse il capo e disse:
Figlio mio, si vede che tu conosci poco le donne. La spiegazione di quella ragazza mi convince poco, per non dire che non mi convince affatto. Perch non te lha detto subito? Chi ha la coscienza tranquilla non si comporta cos. Prima ti esaspera tacendo, poi parla... No, Pietro, non ci vedo chiaro, io, in tutto questo.
Il Fornaretto non replic, perch non ci vedeva chiaro neppure lui, e da quel giorno mand, in sua vece, un garzone a portare il pane in ca Barbo.
LAnnella, disperata, confid tutto alla padrona.
Non disperarti disse madonna Clemenza. Finir col venire a chiederti perdono daver dubitato di te. Se ti stima non deve sospettare; se ti ama deve far lui, come si dice, il primo passo.
LAnnella si lasci convincere e... continu a disperarsi.
Era una vita poco piacevole la sua: tutto il giorno in faccende e la sera, col cuore in gola, dover andare ad aprire a messer Alvise che veniva, in assenza di Lorenzo, a visitare la cugina: e poi restare sveglia sino a tarda ora per riaccompagnare il Guoro alla porticina sulla calle, sempre con la paura desser sorpresa dal conte Lorenzo, che da un momento allaltro poteva essere di ritorno dopo la visita a madonna Sofia o la seduta al Consiglio dei Dieci che spesso sadunava di notte.
E talvolta doveva anche portar biglietti della padrona al Guoro, quel Guoro che Pietro aveva chiamato assassino!
Lo uccider come un cane, aveva detto il Fornaretto, che era geloso s, ma che prima dallora, in dicci anni che si conoscevano, di parole come quelle non ne aveva mai pronunziate.
Intanto madonna Clemenza era unaltra: sempre dumor gaio, sempre dinanzi allo specchio, intenta a farsi bella, sempre pi bella.
Al conte Lorenzo non sfugg questo mutamento, ma alla moglie non fece capire di essersene accorto.
E a Sofia, Lorenzo non manc di mostrare tutto il suo disappunto.
Parola donore le disse, non ti capisco. Prometti e non mantieni. Con Alvise bisognava giocar dastuzia e tu invece ti sei lasciata commuovere.
Ma Sofia neg, anche per non aizzare Lorenzo contro Alvise.
Commuovere io? Ma che dici? Lui non mi ha parlato di matrimonio, e non potevo certo parlargliene io senza metterlo in sospetto, specialmente dopo quello che tu gli avevi detto e soprattutto dopo quello che aveva indovinato lui.
Tu non sapevi, allora, che egli avesse indovinato.
Me ne accorsi. Era sarcastico e amareggiato.
Bah! fece Lorenzo. Non pensiamoci pi.
Tuttavia continu a pensarci, almeno lui, e non riusciva a togliersi di mente che tra lo strano contegno di Alvise e limprovviso mutamento di Clemenza un rapporto doveva esserci. Ma di ci non parl con nessuno, neppure con Sofia.
Talvolta era pensieroso, accigliato.
Affari del governo? chiedeva Sofia.
Affari del governo rispondeva lui; e Sofia, che, come abbiamo detto, era intelligente, capiva che non si trattava di affari del governo, ma che era inutile insistere con un uomo come Lorenzo, avvezzo, come inquisitore, a far parlare gli altri senza palesare il suo pensiero.
I giorni passavano e sempre pi inesplicabile diventava il contegno di madonna Clemenza: sicch Lorenzo, stanco di tormentarsi con ipotesi, dubbi e sospetti, decise dindagare e dandare, come diceva lui, sino in fondo, ch le mezze misure non gli piacevano.
Annella non vedeva quasi mai il suo padrone, ma lo temeva, e, senza capire neppur lei perch, continuava ad aver paura per Pietro.
Presentimenti vaghi, oscuri la dominavano; presentimenti vaghi, oscuri dominavano Lorenzo. Il vecchio Marco vedeva il figlio soffrire ma pensava che col tempo si sarebbe rassegnato; il Fornaretto soffriva come pu soffrire un innamorato geloso e un po deluso; Clemenza, che del marito non era mai stata pazzamente innamorata, aveva trovato nella vendetta un lenimento alle sue pene di moglie offesa; Alvise, pur sempre innamorato di Sofia, si stordiva, non solo coi baci di Clemenza, ma anche e soprattutto rischiando per quei baci, frutto di vendetta e non di amore, la vita ogni giorno, o, se vogliamo essere pi esatti, ogni notte. Abbiamo detto chera giocatore distinto, amava lavventura, il pericolo: era in fondo un pirata con maniere di damerino, di uomo galante. Quanto a Sofia, non crediamo sia il caso di parlar di sofferenza, quantunque felice proprio non fosse vedendo Lorenzo troppo preoccupato pei suoi affari di governo. Sicch, di tutte queste persone, lunica che non si tormentasse era lei, Sofia, e non perch fosse assai meno colpevole di Clemenza, di Lorenzo e di Alvise, ma perch  proprio scritto lass, in cielo, che non tutti i colpevoli debbono pagare quaggi, su questa terra.
Pure, questa donna, strano miscuglio di civetteria e di sincerit, di raffinatezza e di semplicit, di spregiudicatezza e di lealt, giocava una parte importante nella vita dun uomo che non la conosceva se non di nome e chella non conosceva neppure di nome: il Fornaretto.
Senza saperlo, e ad insaputa di lui, ella era entrata nella vita del giovane fornaio.
I fili si aggrovigliavano: il destino si diverte talvolta a complicare le cose per poi scioglierle nella maniera pi semplice anche se pi terribile.
Accadde dunque che un giorno Annella, non potendo pi reggere al supplizio di non vedere il Fornaretto, gli scrivesse un biglietto in cui lo pregava di farsi vivo, ch aveva da parlargli, e non gi di messer Alvise, diceva, a proposito del cui colloquio con me tho detto tutta la verit, ma di se e del suo amore e di quanto soffriva a esser cos trascurata, eccetera, eccetera.
E questo biglietto pens bene di affidarlo a Lionello, il cameriere, perch a portarlo lei, disse, rischiava desser male accolta dal vecchio Marco o dal Fornaretto stesso: e preg Lionello di portarlo verso lalba, prima che il Fornaretto iniziasse il suo giro di distribuzione, perch, spieg, non resisteva pi a quellincertezza e voleva la risposta subito, a mezza di Lionello stesso.
Lionello si fece un po pregare e poi, brontolando, accondiscese.
Era unalba brumosa, triste, gelida. Il conte Lorenzo, intirizzito dal freddo dopo una monotona seduta al Consiglio dei Dieci, se ne tornava a casa in gondola come dabitudine, quando a un tratto ebbe unidea:
Giorgio disse rivolto al gondoliere penso che due passi mi farebbero bene. Lasciami al traghetto, ch voglio sgranchirmi le gambe.
E diceva la verit, affermando che voleva sgranchirsi le gambe. Ma anche lui, come una sera Annella, andava cos, senza saperlo, incontro al suo destino; e questa volta il destino gli si present sotto le spoglie di Lionello, serve gallonato di ca Barbo.
A questo punto occorre dire che il conte Lorenzo, sebbene inquisitore e deciso, come s detto, a indagare e ad andare sino in fondo, non era riuscito a saper nulla ed era perci rimasto a galla sulle onde di quel mare tanto apparentemente tranquillo quanto indubbiamente misterioso chera la vita intima di sua moglie.
Senonch il caso, quella mattina, gli venne in aiuto; ci che dimostra che un terribile inquisitore senza laiuto del caso rimane certo pur sempre un inquisitore perdendo per la qualifica di terribile.
Il conte dunque mise piede a terra e si diresse a grandi passi verso il suo palazzo proprio nel momento in cui ne usciva Lionello per portare il biglietto di Annella al Fornaretto.
Sicch a un certo punto si trovarono faccia a faccia, padrone e cameriere.
Che fai a questora per la strada?
Era una semplice domanda, quella di Lorenzo, ma si vede che il servo di un inquisitore specialmente dun inquisitore che rispondeva al nome di Lorenzo Barbo doveva sentirsi reo di tutti i delitti di questo mondo quando era interrogato un po bruscamente dal suo padrone, cominci a tremare e a balbettare come un colpevole o come uno stupido, o se volete, come un colpevole stupido.
Vado... balbett Lionello ecco... veramente... insomma, s...
S che cosa?
E Lorenzo gongolava. Sono sulla buona strada, pensava.
S, Annella... balbett il servo.
Lo immaginavo, disse il conte, che non immaginava proprio nulla.
Ma, Eccellenza... Ecco... Eccellenza... io... Annella...
Smettila di balbettare. Tu dovresti sapere che in questi casi  meglio confessare disse Lorenzo.
La monotona seduta al Consiglio lo aveva intorpidito; ora si ridestava, ora era davvero il terribile inquisitore. Si congratul con se stesso e prosegu:
Comunque, la verit verr fuori da s. I gaglioffi come te non amano la verit; ma la verit  una sola per tutti.
Ci detto, il conte finse di voler proseguire la strada. Ma Lionello gli si par dinanzi:
Oh, Eccellenza disse, ma io non sono colpevole.
Colpevole! disse linquisitore con autorit. Ecco una parola piuttosto vaga. Si pu non esser colpevoli duna cosa ed essere colpevoli di unaltra. Vediamo un po, Lionello aggiunse con minor durezza, di che cosa non sei colpevole tu?
Di ci che ha fatto lAnnella, Eccellenza.
E che cosa ha fatto lAnnella?
Ha scritto un biglietto.
Gi, gi ment il conte, un biglietto... Questo si capiva... Ma io ti chiedevo perch lha scritto.
Il servo apr le braccia e rispose:
Ah, Ecellenza, questo non lo so. Cio lo so, ma chi sa se non mi ha mentito... Vostra Eccellenza sa che le donne... Comunque...
E Lionello trasse dalla tasca il biglietto di Annella e lo consegn al conte.
Ma questi, quando lo ebbe letto, invece dindignarsi, come il servo saspettava, lo consegn a Lionello dicendo paternamente:
Non avevo ragione io, Lionello, a dirti che si pu non esser colpevole duna cosa ed essere colpevole dunaltra? Tu, per esempio, non sei colpevole di portare questo biglietto a Pietro Tasca detto il Fornaretto, ma di portarlo a questora, senza avermi chiesto il permesso duscire.
Eccellenza... implor Lionello.
Prender i provvedimenti del caso. Ma ora disse il conte facendo un largo generoso gesto va pure.
E cos dicendo Lorenzo prosegu il cammino, mentre Lionello, ammirato da tanta generosit, si diresse in fretta verso la bottega del Fornaretto.
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Capitolo 9.

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ASTUZIA E INGENUIT.
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Il biglietto di Annella fu consegnato al Fornaretto, ma coi suggelli rotti; cosa per cui protest il Fornaretto, e assai pi sindign quando da Lionello seppe chera stato il Barbo a romperli.
E che glimportava grid il giovane di leggere un biglietto della cameriera di sua moglie?
Mah! fece il servo, aprendo le braccia a quel modo che gli era solito.
Non era unaquila, quel servo gallonato, e non c dunque da stupirsi che non comprendesse il contegno del suo padrone.
Ma neppure il Fornaretto comprese: non vide in quella violazione che la prepotenza dun inquisitore avvezzo a carpire segreti, dun padrone incurante dei diritti dei suoi dipendenti, insomma dun signore tirannico e brutale.
Ma il vecchio Marco vedeva la cosa sotto un altro aspetto:
Si vede disse che anche il padrone sospetta dellAnnella.
E questo lo disse quando il servo era gi andato via.
Ma al Fornaretto non garbava quella versione:
In tutti i casi, che glimporterebbe degli amori duna cameriera?
Una ragazza disonesta pu anchesser capace di tener mano alla padrona rispose Marco.
E cos dicendo, il vecchio indovinava a met, e non immaginava neppure quanto e quale irresistibile fascino esercitasse una donna come la contessa Clemenza su una ragazza tanto devota quanto ingenua come lAnnella.
La quale Annella per, pur non sapendo precisamente che rapporti corressero tra la sua padrona e il Guoro, o meglio, immaginando che dovessero essere rapporti di complicit ai danni del Barbo spergiuro della fede matrimoniale, aveva i suoi bravi rimorsi ogni volta che messer Alvise metteva piede in casa.
Intante il conte Lorenzo, dopo aver meditato su quella frase contenuta nel biglietto dellAnnella: ...non per parlarti di messer Alvise, a proposito del cui colloquio con me tho detto tutta la verit, era rientrato nel palazzo e sera andato a rinchiudere in camera sua.
Quella frase era lunica che lo interessasse, e gli stava come un chiodo nel cervello.
Perch Annella aveva avuto un colloquio col Guoro?
...a proposito del cui colloquio con me tho detto tutta la verit.
La verit pensava Lorenzo: dunque nessuna colpa da parte della ragazza, Ma una colpa c. Il Fornaretto  geloso. Ha sospettato dellAnnella, ingiustamente a quanto pare. La colpa c, ma  dun altro... dunaltra....
Il conte Lorenzo cominci a misurare la stanza in lungo e in largo, riflettendo intensamente, col capo basso e le mani giunte dietro la schiena.
A un tratto si ferm, stette un istante immobile, come indeciso, poi aperse la porta e savvi per la scaletta di legno che conduceva alla camera dAnnella.
Buss, ud un debole: Avanti ed entr.
Annella disse subito, cara Annella...
La ragazza fu colpita dallespressione insolita e dal tono cordiale del conte.
Cara Annella prosegu il conte sorridendo, tu ti sposi, a quanto pare...
Eccellenza, io...
S fece il conte. Sei troppo innamorata per non sposarti, e lui, il tuo Pietro,  troppo geloso per non esser innamorato...
Ma, Eccellenza... balbett Annella confusa, stordita.
So tutto, cara ragazza. Ho letto stamattina, per caso, il biglietto che hai mandato al tuo fornaio a mezzo di Lionello...
Ah! La ragazza impallid, pensando a quellaccenno al colloquio col Guoro contenuto nel biglietto. Lionello dunque...
Lionello disse il conte ridendo allegramente non ha nessuna colpa. Io lo incontro, gli dico: Che fai a questora per la strada?, e lui mi fa capire che sei stata tu a mandarlo. E che dovevo fare io? Voltargli le spalle e lasciarlo andare pei fatti suoi, cio pei fatti tuoi... Questo, secondo te, avrei dovuto fare... Ma io, cara Annella, anche se non te lo dimostro, ti voglio bene, te ne ho sempre voluto... Oh, come a una figlia, sintende... Il tuo fornaio non ha da essere geloso... A proposito,  piuttosto geloso il signorino... e non viene pi a portare il pane, e ti fa soffrire... E tutto questo perch? Perch tha vista parlare con mio cugino Alvise...
Non lui, Eccellenza disse Annella, non lui, ma il padre mha vista...
Diremo allora continu Lorenzo perch il padre suo tha vista parlare con mio cugino Alvise, cio col cugino del tuo padrone... Oh, oh! E il terribile inquisitore scopr tutti i denti in un allegro sorriso. Oh, oh! Un po di gelosia, dico io, non guasta. Ma il troppo  troppo... Vorrei proprio tirargli le orecchie al tuo moroso...
Annella andava riprendendo animo e colore e cominciava anche lei a sorridere mentre il conte proseguiva:
E poi sospettare di te? Via,  un insulto! Di te perch hai parlato con un gentiluomo... Ch messer Alvise, cara Annella,  un vero gentiluomo, che sa distinguere una ragazza onesta da una fraschetta qualunque e tratta questa in un modo e quella in un altro... Insomma, cara Annella, quando ho saputo che avevi scritto un biglietto, ho subito capito che si trattava dun biglietto amoroso... Dio mio, chi non lo capirebbe?... e allora ho voluto sapere a chi intendevi maritarti tu... Non ne ho forse un po il diritto, io? E puoi tu negare daver fatto male a nascondermi la cosa? Non lo vuoi forse da me un bel dono il giorno delle tue nozze?
Il conte le batt confidenzialmente una mano sulla spalla:
Non volermene, Annella.
La fanciulla arross.
Oh, Eccellenza disse, voi siete troppo buono...
Il conte era gi sulla soglia, quando, quasi distrattamente, disse:
E al tuo fornaio raccomanda desser meno geloso in avvenire...
Rise di nuovo.
Povero Alvise! soggiunse. Sospettato magari dessere il tuo amante... Lui cos rispettoso... Proprio un bravo ragazzo, un ragazzone... Scommetto che tavr visto sulla soglia e tavr chiesto di me... o di madonna Clemenza...  cos affezionato, lui!
Annella impallid di nuovo, e il suo pallore non sfugg al conte.
S, ella disse fu proprio cos... Mi chiese di voi... Gli dissi che stavate bene ma che non eravate in casa...
Gi, gi, fece Lorenzo. Lo immaginavo! Quel caro Alvise!
Ma appena ebbe richiuso luscio alle sue spalle, s pass una mano tremante sulla fronte madida di sudore.
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Capitolo 10.
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IL FORNARETTO SAVVICINA ALLA VERIT.
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Quasi spensierati trascorrevano i giorni di madonna Clemenza; e diciamo quasi perch, se  vero che la vendetta la ubriacava, non  men vero che questa vendetta ella doveva tener celata agli occhi di tutti e soprattutto di suo marito, proprio di colui, cio, del quale ella tutto sapeva, debitamente informata dal Guoro che solo informando Clemenza aveva potuto ottenere le grazie della bella cugina, ma al quale ella nulla doveva lasciar trapelare. Ci che, se le salvava la vita, la privava per della gioia crudele di far soffrire Lorenzo come questi aveva fatto e tuttora faceva soffrir lei.
E nulla seppe la bella contessa dellincidente del biglietto, giacch Annella credette bene di nasconderglielo per non sentirsi rimproverare la sua leggerezza e anche perch la padrona avrebbe potuto credere chella avesse confessato tutto al Fornaretto per non perdere lamore e la stima di lui.
N Lorenzo, per ragioni che il lettore facilmente comprender, accenn la cosa alla moglie.
Sicuro oramai daver stornato i sospetti dellAnnella, Lorenzo Barbo pot, col pi grande sangue freddo, meditare il suo piano.
Verso le dieci entr nella camera della moglie e le annunzi che doveva uscir subito e che non sarebbe ritornato che lindomani mattina, dovendo, disse, il Consiglio dei Dieci giudicare entro ventiquattrore tre rei dalto tradimento. Poi usc e cominci a gironzolare per Venezia.
Intanto Lionello era rientrato, ma senza la risposta del Fornaretto.
Annella and su tutte le furie, disse che era uno sciocco, che non sapeva fare una cosa a dovere, nemmeno la pi semplice.
Lionello era avvilito.
Stamattina disse va tutto male. Prima incontro Sua Eccellenza che mi tratta come un malvivente (Lionello cominciava di nuovo a comprendere dessere infine un uomo onesto), poi in casa Tasca trovo il vecchio col muso e il figlio con un muso ancora pi lungo. Gli dico, al Fornaretto, che i suggelli li ha rotti Sua Eccellenza, e lui subito si mette a strepitare che  una prepotenza... Parola donore, Annella, un biglietto vostro non lo porto pi neppure per una borsa doro...
Annella non pot impedirsi di ridere: ma intanto il tempo passava e il Fornaretto non si faceva vivo in nessun modo. Annella era disperata.
Non vuol pi saperne di me diceva tra i singhiozzi. Non mama pi!
In quel momento la padrona suon e Annella, asciugatisi gli occhi, dovette accorrere.
Or ora disse madonna Clemenza ho ricevuto un biglietto di messer Alvise che mi chiede se pu venire stasera. A mezzo del servo che mi ha recato il biglietto gli ho fatto sapere che laspetto. Sei avvertita.
E con un cenno la conged.
Annella usc. Si preparava per lei unaltra notte di veglia. Ma che le importava, dopo tutto? Avrebbe forse potuto chiudere occhio con quel pensiero fisso in mente?
Nel frattempo il Fornaretto aveva preso la sua risoluzione: parlare con messer Alvise.
E, senza dir nulla al padre, sincammin verso ca Guoro; e, una volta giunto, chiese di parlare con messer Alvise, per affari importanti, aggiunse.
Rechi un messaggio? gli chiese un servo con alterigia.
Nessun messaggio rispose il Fornaretto.  Altrimenti non avrei detto che voglio parlare col tuo padrone. Ti avrei consegnato il messaggio e me ne sarei andato.
Eh! fece il servo. Non mi piace il tuo tono, ragazzo.
E a me replic il giovane scaldandosi dispiace assai il tuo.
Bada!
Non mi fai paura. Ma non son venuto per discutere con te.
Ah! fece il servo un po ironico e un po allarmato. Vorresti discutere col mio padrone, allora? Ma lui non avrebbe la mia pazienza.
Questo disse il Fornaretto senza lasciarsi intimidire dalla prospettiva di un Alvise infuriato riguarda me.
No replic laltro, perch io ho ordini precisi.
Quali ordini? chiese il Fornaretto che stava per perdere definitivamente quel po di pazienza che sera imposto.
Ho da dirli a te?
E allora perch me ne parli?
Insomma messer Alvise non  in casa tagli corto il servo.
Non  vero disse il Fornaretto.
Come fai a saperlo?
Me lavresti detto subito, se fosse stato vero.
Io proruppe il servo le cose le dico quando voglio.
E io replic il Fornaretto le ascolto fino a che mi resta la pazienza.
Ci detto, infil di corsa le scale.
Eh! fece il servo, che, grasso e pesante comera, non poteva certo corrergli dietro.
Ma il Fornaretto se la rideva e continuava a salire.
Allora quel servo chiam altri servi e cuochi e sguatteri, e tutti si misero a inseguire il Fornaretto, il quale fu raggiunto e picchiato e poi, tutto malconcio, messo fuori dalla porta.
Vigliacchi! grid il povero giovane.
Ma i servi, affacciati alle finestre, se la ridevano e lo schernivano.
Il vostro padrone continuava e gridava il Fornaretto non riceve la povera gente? Ebbene un giorno mi vedr molto da vicino, il vostro padrone!
E dopo questa vaga minaccia, il Fornaretto si allontan in direzione di ca Barbo.
Entr come un fulmine in cucina, chiese della Annella, e nellattesa si mise a brontolare parole di cui il cuoco non riusciva ad afferrare il significato.
Finalmente lAnnella venne, e aveva gli occhi rossi di pianto; ma il Fornaretto non se ne accorse neppure.
Furioso, la invest con queste parole:
Il tuo bel damo non ha voluto ricevermi!
Dio mio, Pietro fece lAnnella, come sei conciato!
E osservava gli abiti di lui a brandelli e la fronte contusa e il viso graffiato.
Mi hanno picchiato, s, mi hanno picchiato, i suoi servi! Sei contenta ora? grid il giovane fuori di s.
LAnnella gli si aggrapp al collo, implorante.
Taci, per carit, taci!
E lo trascin nella camera della servit, in quel momento deserta.
Perch sei andato dal Guoro?
Per parlargli, per picchiarlo, per ucciderlo, maledetto!
Pietro!
Il Fornaretto si lasci cadere su una sedia e si pass una mano sulla fronte. Ansimava, era tutto stravolto.
Senti, Annella disse dopo un po di silenzio, quando credette dessere pi calmo, io quella storia della tua richiesta al Guoro dassumermi come gondoliere non lho bevuta.
 la verit ella disse, ma troppo debolmente perch egli potesse crederle.
Il Fornaretto non si cur dellinterruzione e prosegu:
Quelluomo dunque tinsidiava.
Ti giuro, Pietro...
Il Fornaretto la guard fisso; poi, scandendo le sillabe:
Te o unaltra insidiava. Ma una donna di questa casa, insomma.
Pietro, caro Pietro Annella cerc di sorridere, dessere disinvolta, tu vuoi fare il furbo e invece riesci solo a ingrandire le cose.
Ingrandire! esclam il Fornaretto. Hai detto: ingrandire? Qualche cosa dunque c, ed io non farei che ingrandirla. Confessa, Annella, confessa!
Ma ella questa volta non si perse danimo e con mirabile calma disse:
Quante sciocchezze, Pietro mio!
Ah, s? Sciocchezze, le mie? Sciocchezza anche quella che ha commessa il conte Barbo stamattina...
Pietro...
...fermando Lionello, facendosi consegnare il tuo biglietto, leggendolo...
Che c di male? disse ingenuamente Annella.
Lasciamo stare il male e il bene, che qui non centrano. Io ti chiedo: ha fatto dunque una sciocchezza il conte Barbo?
La povera fanciulla non comprese il significato di quella domanda, perch rispose:
Messer Lorenzo mama come una figlia.
Io non capisco grid allora il Fornaretto se tu mentisca a me o soltanto a te stessa!
Annella non rispose. Cominciava a sentirsi piccola piccola e debole come in quella notte in cui era corsa, tremando, piangendo, nella camera di madonna Clemenza.
Il mondo ci schiaccia..., aveva detto alla padrona.
E ora di nuovo avvertiva quella sensazione di solitudine.
Tutti congiurano contro di noi....
S, infatti, tutti congiuravano contro di lei, contro la sua padrona... Perfino il Fornaretto, le pareva.
Ma poi invece tremava per lui... Quante, quante dovevano essere le vittime?
Prese le mani di Pietro, le port alle labbra, mormor: 
Mio amore...
Egli ebbe un fremito; la guard.
Ella era umile umile e splendida al tempo stesso.
Mio amore ella ripet.
Annella...
Ed egli la strinse tra le braccia e la copr di baci ardenti.
Oh, Pietro mio ella disse, pensa quello che vuoi, ma non che io sia colpevole.
Egli la strinse ancora pi forte tra le sue braccia indolenzite:
Perdonami, Annella. Credo daver capito...
Pietro, per carit...
Il conte, capisci, sospettava...
Taci, taci, tu non sai quel che dici!
Pu darsi. Ma non voglio, mintendi? non voglio che tu sia la complice di quella...
Ella lo interruppe con un grido.
Per lultima volta, Pietro...
Egli la guard interrogativamente.
Cosa?
Nulla. Non voglio che tu sospetti.
Ora non sospetto di te.
Di nessuno devi sospettare, Pietro.
La voce di lei era chiara, ferma.
Va bene mormor Pietro. Sar quel che Dio vorr.
Usc lentamente, guardandola come avrebbe guardato una bimbetta capricciosa, ostinata.
Ella lo vide attraversare la cucina, aprire lentamente la porta, uscire nella calle.
Gli corse dietro, dimpulso. Lo richiam:
Pietro...
Il Fornaretto non aveva fatto che pochi passi, un po curvo, come invecchiato.
Si volt, la fiss teneramente.
Pietro ella chiese, verrai domattina? Egli disse di s col capo e poi con le labbra, ma sembrava triste.
Ti amo.
Allora egli sorrise, e a lei sembr che il suo Fornaretto non avesse mai avuto un sorriso cos bello.
E quando ella fu rientrata in casa, il Fornaretto continu a sorridere, non sapeva neppure lui perch, a sorridere dolcemente: ma aveva un nodo alla gola e avrebbe voluto piangere, chi sa perch, Dio mio, chi sa perch...
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Capitolo 11.

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IL DELITTO.
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Lindomani, allalba, il Fornaretto, come aveva promesso, si rec in ca Barbo.
Annella gli aperse e gi sulla soglia, allincerto chiarore dellalba, egli si accorse del pallore di lei.
Ti senti male, Annella mia?
Male no, ma non ho chiuso occhio per tutta la notte; perch ho dovuto vegliare la padrona che non aveva voglia di dormire.
Allora il Fornaretto si mise a dire che quella dAnnella era una vita dura e che dipendeva da lei di mutarla in una vita almeno... pi comoda. E concluse dicendo che le case dei signori erano belle, s, ma che la povera gente non ci guadagnava ad abitarle.
Ma Annella replic che lui aveva torto, che lei non aveva proprio ragione di lamentarsi...
E le veglie alla padrona? fece il Fornaretto guardandola con intenzione.
Ella abbass gli occhi.
Povera padrona! disse.  cos buona con me, che merita bene che si soffra un pochino per lei.
Pietro si morse le labbra:
Cambiamo discorso. Vuoi?
S, Pietro, ma quanto alle nozze, io proporrei da lasciar passare almeno un anno.
Un anno? fece il Fornaretto. E io che volevo sposarti in luglio...
Ascolta, Pietro, qui  questione di danaro...
Il Fornaretto scatt, anche perch cominciava di nuovo a diffidare.
Cosa vuoi che mimporti del denaro? disse stizzito.
Dobbiamo pur tenerne conto fece lAnnella.
La padrona mi ha assicurato che lanno venturo sar una delle Marie. Quindi, oltre alla dote, avr i regali...
Oltre ai regali disse il Fornaretto con dispetto, c la vanit, c lambizione di essere vestita come una regina, di andare attorno per tutti i palazzi, di ricevere i complimenti dei giovani gentiluomini! Ebbene, no, a me tutto questo invece garba poco. Senza dire che alla festa delle Marie non vogliono cameriere.
Oh, la padrona me lha promesso!
La padrona, la padrona! fece il Fornaretto dumor nero. E se io ti dicessi che tutto questo non mi piace affatto? Io sposo te, non la dote, non i regali... Cerca di capirmi: una ragazza ch stata vestita di seta e doro per una settimana, e corteggiata come una dogaressa, non sar poi contenta desser la moglie dun povero fornaio. Se tu mi amassi come ti amo io, non ti cureresti affatto di quel breve trionfo, che alla fine  una mascherata. So bene io chi te le mette in testa queste idee.
Annella sindispett:
 chi vuoi disse che me le metta in testa? Lamore.
Lamore?
S, lamore che ho per te. Non sei contento, Pietro, che la tua sposa porti un bel corredo e sia invidiata da tutte le altre?
Uhm! fece il Fornaretto.
Ingrato! grid lAnnella con le lacrime agli occhi. Vedi: mi fai piangere...
Suvvia, Annella, non far cos, non tho poi offesa! Non parliamone pi, ti prego. Un bel bacio e la pace  fatta...
E il Fornaretto stava per accostarsi allAnnella e baciarla, quando la ragazza respingendolo disse:
Parliamone, invece.
Ma Annella...
Parliamone, ti dico sostin lAnnella. A chi alludevi pocanzi quando dicevi di sapere chi  che mi mette in testa certe idee?
Ma il Fornaretto non voleva tornare su un argomento che lo indignava: quello della tresca di Clemenza con Alvise. E siccome parlando della contessa, che egli considerava lispiratrice dAnnella, avrebbe finito col discutere di Alvise, cos per non farsi cattivo sangue e venire a dolorose spiegazioni con Annella, ritenne pi opportuno battere, come sul dirsi, in ritirata.
Perdonami, Annella, disse. Ho un caratteraccio, io. Adesso devo lasciarti perch ho parecchie commissioni da compiere stamattina.
Annella, sorridendo fra le lacrime, gli tese la mano, poi lo abbracci e, porgendogli il paniere che egli come al solito aveva deposto sulla tavola, gli disse:
A domattina, Pietro.
A domattina, Annella disse il Fornaretto.
Sabbracciarono ancora, poi si separarono.
Il Fornaretto camminava da qualche minuto quando urt a un tratto in un corpo umano lungo disteso.
Un ubriaco egli pens.
E non pot trattenere una smorfia di disprezzo e di ripugnanza.
Avrebbe voluto proseguire la sua strada, ma fu preso da improvvisa piet. Perch, si disse, lasciarlo l disteso con quel freddo? Bastava scuoterlo un po, riuscire a farlo alzare; poi, bene o male, la strada di casa lavrebbe ritrovata.
Deposito a terra il paniere, si chin su quel corpo:
Guarda, guarda! mormor  il Guoro... Si ubriaca, lamico...
Ma laveva gi toccato, quando si ritrasse con un grido terribile.
 ferito!
Il Guoro aveva il collo e il petto insanguinati, e nel petto un pugnale. E insanguinate erano adesso anche le mani del Fornaretto.
Accanto al Guoro era il fodero del pugnale; il Fornaretto lo raccolse; poi si guard intorno e guard ancora il Guoro.
Chi sar stato? mormor.
In quel momento dimentic lodio che aveva per il Guoro, dimentic, sia pure per un solo istante, la confessione del padre e la fine della Rina e tutto.
Bisogna soccorrerlo.
Questo fu il suo unico pensiero.
Si chin ancora sul corpo: la testa era reclinata a sinistra, assolutamente immobile.
Il Fornaretto pose una mano dietro la nuca del Guoro.
Freddo mormor.
Gli prese il capo, glielo rigir, vide due grandi occhi stralunati, un viso livido, due labbra bianche semiaperte...
Vergine Santa! url Morto! Ucciso! Lhanno ucciso, lhanno ucciso! Scellerati!
Passava in quel momento un vecchietto, che disse sorridendo:
Buon d, Faciol.
Poi, vedendo il morto:
Il Guoro?
Il Fornaretto non poteva dir nulla, agghiacciato dal terrore, inchiodato l, in piedi, accanto al morto, il fodero del pugnale in mano.
Morto? fece li vecchio spaventato.
Il Fornaretto taceva sempre e guardava come inebetito il vecchio, il quale, avvicinandosi di pi e vedendolo con le mani rosse di sangue:
Buon Dio! grid. Lhai ucciso!
Allora il Fornaretto si scosse, si precipit verso il vecchio.
Non mi toccare! grid questi. Sei tutto insanguinato, sciagurato!
No... fece Pietro con voce soffocata No, vi giuro...
Il vecchio indietreggi inorridito, come alla vista del demonio.
Non giurare!
Messer Felice, messer Felice... balbett il Fornaretto tremando da capo a piedi.
Taci, vattene, non voglio saper nulla, io... Non ho visto nulla, non so nulla...
Messer Felice, per piet, ascoltatemi, non sono stato io a ucciderlo!
Ah, no? fece il vecchio. Non sei stato tu, dici? E quel fodero di pugnale dove lhai trovato? E tutto quel sangue?
Messer Felice, credetemi!
Tu o un altro disse Felice, il morto c.
Tu o un altro? ripet il Fornaretto. Ma io vi dico che sono innocente!
E perch fece il vecchio tranquillamente dovresti venire a dirmi che sei colpevole?
Ma io vi dico la verit...
Se non te la dai a gambe, disgraziato, dovrai dirla ai giudici la verit disse messer Felice che, quantunque non convinto dellinnocenza del Fornaretto, voleva salvarlo, ch lo conosceva come un buon ragazzo.
Ai giudici... mormor il Fornaretto.
Ai giudici, s. La legge parla chiaro: Chiunque uccida un patrizio....
Ma io non lho ucciso! grid il Fornaretto con quanto fiato aveva in gola.
In quel momento saffacci alla finestra duna casetta una donna ancora tutta insonnolita.
Madonna! url, vedendo il cadavere e il Fornaretto lordo di sangue e pi pallido del morto.
Scappa bisbigli il vecchio allorecchio del Fornaretto.
La donna, sempre urlando, si ritrasse.
Pietro ebbe un attimo desitazione:
Messer Felice, credetemi...
Basta con le chiacchiere. Fuggi. Vado ad avvertire tuo padre...
Ditegli che sono in ca Barbo disse il Fornaretto.
Aveva vergogna dandare a nascondersi come un colpevole, ma comprese che messer Felice non aveva torto.
Fugg verso il palazzo Barbo, mentre il vecchio Felice si dirigeva verso la bottega di Marco.
Intanto sera adunata gente attorno al cadavere: la donna che aveva urlato alla finestra, il sacrestano della vicina parrocchia, il gondoliere Momo che abitava da quelle parti ed era uscito di casa subito dopo la fuga del Fornaretto, una vecchietta che si recava alla prima Messa.
Messer Alvise Guoro mormorava il sacrestano.  Un gentiluomo, e che gentiluomo! Ricco per davvero! Che funerali per la sua parrocchia!
Pensate solo alla parrocchia e ai funerali, voi fece la donna che aveva urlato. Io, invece, penso a lui, povero giovane! Un cos bel giovane! Il Fornaretto lha ammazzato per gelosia, si capisce!
Il Fornaretto? grid Momo, Ma che dite?
Dico quello che ho visto.
Cugino della contessa! ripet ironica la pettegola, S, ma non basta a spiegare certi colloqui notturni con lAnnella...
Colloqui notturni?
E Momo, che sullAnnella aveva sempre giurato, spalanc due occhi grandi cos.
Gi continu la donna, lho sempre detto io che quella doveva essere una...
State zitta fece il gondoliere. DellAnnella rispondo io.
E che avete visto voi?
Il Fornaretto tutto rosso di sangue, proprio qui, dove sono io adesso, e con un fodero di pugnale in mano, e il Rossi, quello che ha la bottega dietro langolo, che parlava con lui. Gli diceva forse di scappare, perch quando sono arrivata qua, il Faciol non cera gi pi, e non cera neppure il Rossi.
Momo non poteva credere alle proprie orecchie.
Ma siete sicura chiese di quello che dite?
Se sono sicura? Come della vista dei miei occhi rispose la donna. E poi, che il Fornaretto fosse geloso si capisce!
E perch geloso? chiese la vecchietta, per nulla impressionata da quel cadavere. Ella sinteressava delle storie damore e specie di quelle in cui vi erano grandi passioni e od divampati e terribili vendette con feriti e morti, e fughe damanti folli e tante altre cose del genere.
Perch lui amoreggiava con lAnnella, la cameriera dei Barbo, e con lAnnella doveva, dico io, aver rapporti anche il Guoro buonanima, poich lo vedevo spesso ronzare attorno a ca Barbo.
Era cugino della contessa! fece Momo, ma anche lui cominciava a pensare che la donna non aveva torto.
Momo ricordava anche quella discussione con Marco, laccanimento del vecchio contro i Guoro, quel che gli aveva riferito il Fornaretto stesso circa i sospetti del padre nei riguardi dellAnnella e lostinazione di Marco a non voler acconsentire a quel matrimonio.
La vecchietta a questo punto alz gli occhi sul gondoliere e poi disse:
Questo  molto interessante: una donna e tre uomini.
Misericordia! esclam il sacrestano segnandosi e allontanandosi quasi di corsa.
Ehi! gli grid dietro Momo dove andate? Non dobbiamo trasportare in chiesa il morto?
Il sagrestano si ferm, poi grid:
Non  della nostra parrocchia.
E continu a correre.
Bella carit cristiana! mormor il gondoliere.
Poi, alla vecchietta, severamente:
E voi, buona donna, pensate allanima vostra, invece di dir sciocchezze
La vecchietta, invece dindispettirsi, lo guard con curiosit:
Perch? disse un po delusa. Non siete anche voi innamorato dellAnnella?
Momo alz le spalle.
Ma che innamorato e innamorato! rispose. Solo il Fornaretto ama lAnnella. Si sposeranno in luglio.
Io fece la pi giovane dico che non faranno in tempo.
Che intendete dire? chiese impallidendo il gondoliere, che per aveva purtroppo compreso il senso di quelle parole.
Eh! rispose la donna. Lo sapete o no, che con la giustizia si scherza poco?
Momo non replic. Lentamente singinocchi accanto al cadavere e tra s preg.
Ormai era giorno fatto. Altri sopraggiunsero. Intorno al cadavere e al gondoliere inginocchiato la folla si faceva sempre pi fitta.
Chi si segnava, chi stava a guardare indifferente, chi faceva commenti sullAnnella, chi sul Fornaretto, chi sul Guoro.
Una fanciulla guardando il morto, disse:
Era un bellimbusto!
Oh fece unaltra ma tanto bello!
Mica tanto, poi disse una terza. A me, per esempio, piace pi il Fornaretto.
Quellassassino! grid la seconda fanciulla.
Momo, sempre inginochiato, sussult a quelle parole.
Dio mio disse, se non lo aiuti tu, chi lo aiuter?
Sud una campana, poi unaltra ancora. Venezia era oramai quasi tutta sveglia. A un tratto una voce accanto a Momo disse: Ecco i fanti!
...
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Capitolo 12.
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GIUSTIZIA DI DIO!
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Quando Momo, dopo che i fanti dei Dieci ebbero portato via il cadavere, si rec nella bottega di Marco Tasca, non trov che un garzone il quale gli disse che il suo padrone era uscito tutto costernato con messer Felice Rossi il merciaio.
Ma doverano andati non sapeva. Sapeva per che il Guoro era stato ammazzato, ch laveva detto messer Felice a padron Marco, e ricordava che il Tasca aveva risposto:
Giustizia di Dio!
Cos ha detto? fece Momo Giustizia di Dio?
Proprio cos, rispose il garzone. E messer Felice gli ha detto: Marco, Marco, perch non avete badato al vostro figliolo? E allora padron Marco si  messo a urlare che il suo figliolo non aveva parte affatto in quella faccenda, che lui ne era sicuro, che lui andr dal conte Barbo, dal Doge, perfino, se occorre, per dirgli che il suo figliolo  innocente; e ha pure detto, padron Marco, che si meravigliava anche come il Rossi, che conosce i Tasca da quarantanni, potesse pensare una cosa simile.
E il Rossi? disse Momo.
Oh, messer Felice stava zitto, e ogni tanto diceva solo: Calmatevi, Marco mio, calmatevi. Non diceva di pi, scuoteva il capo; e poi il padrone  andato fuori che sembrava ammattito, e quello dietro...
Ho capito fece il gondoliere, che invece non aveva capito un bel nulla.
Ringrazi il garzone e usc.
Giustizia di Dio!, ripeteva tra s. Giustizia di Dio!. Lodio si perpetuava anche dopo la morte?
E perch tantodio contro messer Alvise, contro il figlio, cio, dun patrizio che un giorno aveva voluto demolire quella bicocca?
Che gli aveva fatto, a Marco, messer Alvise?
Un damerino, un bellimbusto, sia pure; ma perch odiarlo?
Momo cominciava a perdersi in quel labirinto di ipotesi, di dubbi, di sospetti.
Perch il Fornaretto era stato trovato sporco di sangue accanto al cadavere?
Forse, trovandosi a passare, aveva scorto il Guoro steso al suolo e, credendolo ferito, aveva voluto soccorrerlo. Perdio, pensava Momo, il Fornaretto, se era vero quel che aveva raccontato la donna, sera imbrattato di sangue.
E messer Felice? era un amico dei Tasca e lo conoscevano tutti per un bravuomo, per un uomo con la testa, come suol dirsi, sulle spalle.
E che volesse bene al Fornaretto, lo dimostrava il fatto che lo aveva consigliato di fuggire: cos almeno aveva raccontato quella pettegola.
Certo, quando gli altri erano sopraggiunti sul luogo del delitto, il Rossi e il Fornaretto erano scomparsi.
Un innocente fugge? disse tra s il gondoliere Sono forse fuggito io? Sono fuggiti gli altri?
Non voleva accusare il Fornaretio, nemmeno tra s, povero Momo; ma cerano troppi indizi, troppe prove...
E quelle parole della donna:
Lavr ammazzato per gelosia....
Parole duna pettegola,  vero; ma aveva anche detto, lei, che il Guoro saggirava spesso di notte dalle parti di ca Barbo.
Un sospetto attravers la mente del gondoliere: forse il Guoro andava per la contessa...
Ma no si disse, impossibile. Chi non lo sa che  una donna onesta, quella?
A Venezia, infatti, la dicevano un modello di virt, e tutti sapevano anzi chera infelice, e sopportava le infedelt del marito, e taceva e piangeva...
Allora, era chiaro, il Guoro andava per lAnnella. Ma come, anche lAnnella nelle reti di quel damerino?
Per tutti i diavoli! brontol Momo. Sulle donne ci si pu ingannare tutti!
Ma allora sarebbe stato Pietro a uccidere messer Alvise? Pietro cos buono, cos mite, cos timorato di Dio?
Gi, ma un uomo innamorato non ragiona pi, perde la testa e...
No, no disse Momo ad alta voce, non ci crederei neppure se lo vedessi.
Ma sespresse cos perch aveva paura dessersi sbagliato e non perch fosse assolutamente sicuro di non essersi sbagliato.
Attraversava in quel momento un ponte del Canal Grande e lo sguardo gli cadde a un tratto su una gondola che si avvicinava al palazzo Zeno.
In quella gondola vi era il conte Barbo.
Gli ammazzano il cugino pens Momo e lui se ne va tranquillamente dalla sua bella!... Che mondo mormor Parola donore, che mondo!
In quel momento il vecchio Tasca si dirigeva, accompagnato da messer Felice, verso la porticina di servizio di ca Barbo.
Siate prudente, Marco gli raccomandava il merciaio.
Il Tasca si volt inviperito:
Prudente? Perch ho da essere prudente? forse che sono un malvivente, io? Ho le mani pulite, io, e la coscienza ancor pi netta.
Voi s fece il Rossi, voi s, chi ne dubita? Ma...
Ma... cosa? grid il Tasca agitando i pugni. Parlate, santo Dio, ch le mezze parole, lo sapete, non mi piacciono!
Il Rossi lo guard con compassione.
Scusatemi, amico disse.
Ma il Tasca era infuriato e non poteva accontentarsi di quelle scuse, tanto pi che non gli parevano sincere.
Perci rispose:
C poco da scusare, messer Felice. Se credete colpevole il mio figliuolo, non avete da scusarvi...
Io fece il Rossi prudentemente credo solo quello che ho visto. Ma la gente...
La gente? url il Tasca. E che volete che mimporti della gente?!
La giustizia... mormor il merciaio.
La giustizia  giustizia, e proprio per questo voglio parlare al conte Barbo ch del Consiglio dei Dieci...
Fate attenzione disse il Rossi, non parlategli della ruggine tra voi e i Guoro...
E perch non dovrei parlargliene? Dico la verit, io. La dico sempre. Non ho mica paura, io. Che il Guoro fosse un infame...
Sst! fece il Rossi guardandosi attorno spaventato. Non fatevi sentire, per carit!
La calle per fortuna era deserta. Il sole la scaldava tutta, e in pieno sole, in quella calle tranquilla, due uomini parlavano di cose terribili. E cera un morto, col petto squarciato, in un ricco palazzo anchesso illuminato e scaldato dal sole, e servi con fastose livree saffaccendavano intorno a questo morto come attorno a un vivo, parlando, commentando, litigando perfino.
 stato lui, ve lo dico io diceva il superbo e panciuto servitore che il giorno prima aveva litigato col Fornaretto.
S, s,  stato lui, quel fornaio della malora! ripetevano gli altri servi.
Ma una cameriera azzard:
E che ne sappiamo?
La rispettabile pancia del superbo servitore traball.
Ve lo dico io! url il grassone.
La cameriera era giovine e bellina e il Fornaretto con quei suoi due occhioni neri e quella bocca da baci le piaceva assai.
Perci ripet, calma e ostinata:
E che ne sappiamo?
Se il Fornaretto non le fesse piaciuto sarebbe stata zitta o avrebbe, come gli altri servi, ripetuto:
S, s,  stato lui!
E gli uomini, specialmente quelli brutti, ce lavevano col Fornaretto, e perci cominciarono a inveire contro la ragazza.
E il morto stava l, come un vivo qualunque, dimenticato, e tutti vociavano, urlavano, e ora non parlavano neppure pi del Fornaretto, ma solo della cameriera bellina; e uno degli sguatteri, che le aveva fatto invano la corte per un anno, le grid sul viso:
Sei una fraschetta, tu! ecco che cosa sei!
E il grassone disse:
Davvero?
Se ve lo dico io fece lo sguattero, potete esserne sicuro!
Bisogner licenziarla disse allora il grassone gravemente.
Istintivamente guard il morto che giaceva sullampio letto; e per un attimo ebbe paura, come se il padrone avesse potuto, da un momento allaltro, svegliarsi e dire:
Chi comanda qua? Voi o io?
Ma non fu che un attimo: il Guoro era ben morto, su questo non cerano dubbi.
E il grassone, rivolto allassemblea dei servi, disse:
Se le cose stanno cos, bisogner proprio licenziarla!
Gi fece la ragazza, ma ce ne andremo tutti, ora che il padrone  morto.
A queste parole lo scoramento invase lassemblea dei servi; e allo scoramento successe lira, lira contro il Fornaretto, che, dicevano, aveva ammazzato il loro buon padrone.
Calma, calma, ragazzi disse lautoritario grassone. Noi, che sappiamo la verit, andremo a dirla ai giudici.
Un coro dapprovazione segu queste parole; e tutti furono contenti della saggia decisione del maggiordomo, come se, andando a deporre contro il Fornaretto, avessero risolto il problema dellesistenza.
Dopo di che, singinocchiarono tutti, in devoto raccoglimento, intorno al letto del loro buon padrone, mentre in una calle soleggiata un vecchio padre diceva:
Non lo so, ve lo giuro, non lo so chi lha ucciso, ma chi lha ucciso ha fatto bene!
Un monello che passava di l si ferm spalancando gli occhi:
Hanno ucciso qualcuno?
Il Rossi gli fu quasi addosso:
Moccioso, di che timmischi? E che ne sappiamo noi se hanno ucciso qualcuno?
Il monello fugg spaventato.
Allora messer Felice disse:
Siete proprio ammattito, vecchio Marco?
Il Tasca non rispose, gli volt le spalle ed entr nel palazzo Barbo.
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Capitolo 13.
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UNANIMA TIEPIDA,
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Quando il Fornaretto sera rifugiato in ca Barbo, qualcuno lo aveva visto entrare. Questo qualcuno era un uomo qualunque, un bettoliere che si recava ad aprire la sua bettola.
Conosceva il Fornaretto e il vecchio Marco; non era nemico loro, ma neppure amico; non era un mnalvagio e neppure un pettegolo: era unanima tiepida.
Costui, per recarsi alla sua bettola, era costretto a passare per il luogo in cui era stato commesso il delitto, e nel quale egli pot ancora vedere il cadavere del Guoro, ch i fanti, pur avvertiti, tardavano; prima, anzi, del cadavere, egli vide un assembramento, ud molti Ges mio, Misericordia, Vergine Santa, e, avvicinandosi incuriosito, sent parlare di odii e di amori, di gelosie e di vendette, finch, alzandosi sulla punta dei piedi, scorse il Guoro a terra con un pugnale nel petto.
Il bettoliere vide anche Momo inginocchiato accanto al cadavere, col capo chino, come pregasse, e chiese:
Chi  quello? Un servo del morto?
Gli rispose la vecchietta di cui il lettore ha gi fatto la conoscenza:
No, messere. Quello  un amico del Fornaretto.
Il bettoliere si ricord allora daver visto entrare, qualche minuto prima, il Fornaretto in ca Barbo e disse:
Ah!
Ma non capiva un bel nulla.
Per continu la vecchietta quello e indic Momo non  innamorato dellAnnella.
Il bettoliere la guard stupito:
E chi  lAnnella?- chiese.
 la morosa del Fornaretto. Ma la storia, messere, non  interessante, perch ho capito che lAnnella era amata solo da due uomini. Voi mi intendete, non  vero, messere?
In fede mia, no rispose il bettoliere.
Allora fece la vecchietta vi spiegher.
Vi ringrazio disse il bettoliere ma dal momento che ci troviamo dinanzi al cadavere di un uomo pugnalato, non mi dispiacerebbe sapere chi  lassassino.
Un momento, messere disse la donna. La storia non  interessante,  vero, ma non  nemmeno da buttar via. Dunque lAnnella era amata da due uomini: il Guoro buonanima e la vecchietta si segn e biascic qualche cosa e il Fornaretto.
Ah! fece di nuovo il bettoliere. Ma lassassino?
Lassassino, si capisce,  il Fornaretto disse sicura la vecchietta: ma non  questo limportante...
Cosa? Non  importante, voi dite?
Naturalmente, messere. Qui si tratta di sapere se lAnnella...
Ma il bettoliere non lascoltava pi; correva a gambe levate, e correndo diceva tra s:
Cos rendo un servigio alla giustizia. Forse ne avr qualche beneficio.
E per essere unanima tiepida, correva fin troppo. Tanto che a un certo punto rallent e poi si mise al passo, e a vederlo andare cos sembrava uno che non avesse nulla da fare: andava con le mani in tasca e fischiettando.
Era soddisfatto di s e non aveva pi fretta: gli pareva daver gi avvertito i fanti dei Dieci, si sentiva gi lodato, applaudito, esaltato.
La vecchietta era rimasta male; scuotendo il capo diceva:
Questi uomini doggi non sappassionano pi alle storie damore! Oggi si bada solo a far danaro! Ai miei tempi invece cera pi sentimento... Quello, se gli portassero via la fidanzata, non ne farebbe certo una malattia!
Intanto il Fornaretto, entrato come un fulmine in cucina, aveva afferrato lAnnella per un braccio e:
Annella mia disse, ieri avevo uno strano presentimento e...
Ma la ragazza glimped di proseguire, ch emise un grido:
Pietro! Quel sangue!
Senti, Annella...
Ella si rifugi in un angolo e lo guardava terrorizzata.
Quel sangue continuava a ripetere, quel sangue...
Annella, ascoltami...
Taci.
Ella si nascose il viso tra le mani e mormorava:
Quanto sangue, quanto sangue! Perch, Pietro, perch?
Con un balzo il Fornaretto le fu vicino:
Ascoltami.
No, vattene.
Vuoi dunque che marrestino?
Non so quel che voglio, non so niente, ma non voglio pi vederti...
Annella, tu non sai quello che dici. Devo spiegarti.
 inutile.
Annella!
Improvvisamente ella scoppi in un pianto dirotto,
Perch lhai ucciso? diceva tra i singhiozzi. Perch lhai ucciso?
Per carit, Annella...
 inutile negare ella disse lentamente.
Ora non piangeva pi ed era impietrita dal dolore.
A fior di labbra disse:
Tu non hai avuto fiducia in me, Pietro, e ti sei perduto, e hai perduto me.
La disperazione si dipinse sul volto pallidissimo del Fornaretto.
Tinganni, Annella. Io avevo tutto compreso. Quelluomo veniva qui per la tua padrona...
Pietro!
...e io non lho ucciso, Annella, io lho trovato lungo disteso a terra, con un pugnale nel petto...
E lassassino? ella grid.
Il Fornaretto lasci cadere le braccia lungo i fianchi:
E cosa vuoi che sappia io?
Annella lo guard timidamente:
E tu mami ancora...
Annella mia!
Potrai mai perdonarmi?
Perdonarti? E che cosa, dovrei perdonarti?
Daver pensato che tu... Oh, Pietro, io sono una povera sciocca, io non sono degna di te!
Che dici?
La verit, Pietro mio. E se tavessi dato ascolto...
Ma adesso fu lui che non volle sapere altro. Le fece segno di tacere. Comprendeva che la povera Annella era stata suggestionata, e costretta a tacere per un giuramento strappatole in un momento di debolezza.
Ebbe piet di lei; prov per lei una tenerezza infinita, come per una sorellina, come per una creatura sua.
Anche lei, anche lAnnella, vittima di quei signori, di quella razza, come diceva il vecchio Marco...
E il Fornaretto ricord le parole del padre: La madre della contessa Clemenza non  forse una Guoro?.
Nella vita dei Tasca e ora anche in quella di Annella quella gente era entrata per non uscirne forse mai pi.
E ora, trovato ucciso messer Alvise, non incolpavano lui, il Fornaretto?
Pietro strinse i pugni:
Maledetti! mormor.
Annella giunse le mani, e il suo viso era tutto dolcezza e piet.
Pietro disse,  morto.
Il Fornaretto chin il capo. Ma non fu che un attimo. Lo rialz subito, e gli fiammeggiava lo sguardo e gli tremavano le labbra:
Ma noi non siamo ancora salvi, Annella!
Iddio ci aiuter, Pietro.
Lev gli occhi al cielo, poi guard il Fornaretto e disse:
Devi aver fede; io ne ho tanta... Chi sar mai a questora? |
Aveva udito picchiare alla porticina di servizio.  Guard Pietro spaventata.
Ma egli sorrise:
Va pure ad aprire, Annella. Io non ho paura.
Comunic anche a lei cos la sua forza, il suo coraggio; ed ella and.
Dopo un momento egli ud la voce di suo padre.
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Capitolo 14.
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IL PATRIZIO.
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Quando Lorenzo Barbo entr nel palazzo Zeno, la contessa Sofia dormiva ancora.
Il servo glielo disse, ma, sapendolo intimo di casa, gli disse anche che, se Sua Eccellenza desiderava assolutamente di parlare con la padrona, egli poteva mandar la cameriera a svegliarla.
Al che Lorenzo rispose che non desiderava assolutamente di parlar con madonna Sofia, non avendo nulla di specialmente interessante da dirle; che, essendosi trovato a passar da quelle parti, aveva pensato bene di fare una visitina alla contessa; che, certo, gli spiaceva di non vederla, tanto pi che doveva partir la sera per la campagna, ma che lui, il servo, poteva mettersi la coscienza in pace, poich la contessa non lo avrebbe certo rimproverato di non averla fatta svegliare.
Il discorsetto fu un po troppo lungo perch il servo  che pretendeva desser perspicace non intuisse la verit.
Ma il lettore non esageri il valore di questa parola: verit. La verit, per quellacutissimo domestico, era che il conte Lorenzo moriva dalla voglia di veder madonna Sofia.
E fin qua siamo daccordo con lui. Senonch il servo pensava che fosse pazzamente innamorato, il conte Lorenzo, e che non potesse perci resistere al desiderio di veder la sua bella, qualunque fosse lora.
A questo punto  necessario spiegare che specie dinnamoramento fosse quello del terribile inquisitore.
Lorenzo Barbo sera invaghito di Sofia un anno prima degli avvenimenti che abbiamo fin qui narrati. Non poche, e crediamo daverlo gi detto, erano le doti fisiche e intellettuali di madonna Sofia, e difficilmente il conte Lorenzo rimaneva insensibile al fascino duna donna bella e intelligente.
A tale fascino, nel caso di Sofia, saggiungeva quello, quasi sempre irresistibile, che esercita sugli uomini una donna assai corteggiata e desiderata.
Il terribile inquisitore era tuttaltro che un damerino e non godeva, come Alvise Guoro, fama di seduttore consumato, di rubacuori, di donnaiolo.
Era troppo ambizioso per fare duna donna lunico scopo della sua vita, e, inoltre, la carica che ricopriva non gli permetteva di dedicarsi tutto a una donna: non ne aveva dunque n il desiderio n il tempo.
Avvezzo, come membro del Consiglio dei Dieci, a giudicare obbiettivamente individui dogni specie e qualit, Lorenzo Barbo giudicava con la stessa obbiettivit familiari ed amici.
Di s egli soleva dire chera spoglio dogni passione.
E non era senza compiacimento che messer Lorenzo faceva tale affermazione.
Era giunto persino a giudicare spassionatamente se stesso.
Si conosceva bene: conosceva la sua forza e la sua debolezza; sapeva dessere ambizioso, ma, lungi dal considerare come una debolezza la sua ambizione, si preoccupava soprattutto di non deviare dalla sua strada, di non lasciarsi allettare o distrarre da persone o cose che potessero comunque allontanarlo, sia pure non definitivamente, dal cammino che da almeno dieci anni percorreva.
Gi potente come membro del Consiglio dei Dieci, Lorenzo Barbo guardava pi in alto: voleva esser doge.
Dicevano i veneziani, anche quelli di solito bene informati, che il Barbo fosse pi potente del doge stesso. Tali voci erano giunte allorecchio di Lorenzo, ma egli aveva sorriso, ed al Guoro, che gliele aveva riferite, aveva detto:
Ma non sono doge.
Ammetti dunque dessere pi potente del doge aveva insistito il Guoro.
Sempre sorridendo, linquisitore aveva risposto:
Il merito, se mai, non sarebbe mio.
Ora egli parlava al condizionale, per non compromettersi troppo
E il Guoro:
E di chi dunque sarebbe il merito se non tuo?
Del doge.
Messer Alvise, chera tuttaltro che stupido, credette daver compreso. Tuttavia continu:
Non lui ti ha fatto potente. La tua intelligenza, la tua cultura, la tua intransigenza e soprattutto il tuo intuito: ecco le tue armi.
Lascia stare i complimenti.
Non sono complimenti. Nessuno pu far potente un altro.
A che cosa dunque, caro Alvise, tu credi che sia dovuta la potenza di un individuo?
Ai suoi meriti personali.
Ammettiamolo. Ma sempre fino a quando non sorga un altro individuo che abbia meriti maggiori. In questo caso decade o comunque diminuisce la potenza del primo individuo.
Sintende. Perci le cose sono andate cos: il doge era il pi potente dei nostri uomini politici fino a quando non  apparso il tuo astro allorizzonte.
Tu mi lusinghi, caro Alvise. Ma debbo farti osservare che il doge  pur sempre il capo dello Stato e che le sue stesse attribuzioni gli permettono di dominare incontrastato. Se dunque cede a un altro sia pure una sola di queste attribuzioni, vuol dire che non  abbastanza forte, che si sente debole, che ha paura. Ammesso perci che io sia pi potente del doge, devo a lui stesso la potenza che egli mi ha ceduta. Resta per una realt insopprimibile: egli  il doge e non io.
Lo sarai.
 un augurio?
No.  una certezza.
Tanto meglio. Ma ricordati che quando io sar doge, se lo sar, non ceder a nessuno la mia parte di potenza.
Lorenzo credeva fermamente in ci che aveva detto ad Alvise. Egli era tanto pi ambizioso in quanto non gli piaceva speculare sulla debolezza degli altri. Amava la lotta in campo aperto con un avversario degno di lui. Anche per questo non era soddisfatto, non era pago della sua potenza: perch la doveva alla debolezza dun doge.
Nel paese dei ciechi egli diceva talvolta a se stesso con un sorriso amaro, lorbo  re.
Smisurata era dunque lambizione di quelluomo: ed era ambizione e potenza vera, duramente conquistata.
Lunga e difficile sar la strada egli pensava e durante il cammino lascer pezzi del mio cuore.
Qualunque sacrificio egli era dunque disposto a fare per raggiungere lagognata meta.
Un uomo come lui non poteva certo fare della moglie un idolo. Lorenzo Barbo sera sposato a trentanni, e Clemenza Mocenigo non ne aveva che sedici.
Il suo matrimonio non era stato certamente un matrimonio di convenienza, quantunque i Mocenigo fossero ricchi, potenti e nobilissimi.
Clemenza gli piaceva: era bellissima, ingenua, non stupida.
Una moglie diceva Lorenzo ha da essere soprattutto bella.
Egli era anche un esteta. Proteggeva e soccorreva con danaro pittori, scultori, musici, scrittori, architetti.
Dantichissima famiglia, allevato nel bel mondo, il conte Lorenzo Barbo amava le belle maniere, ma disprezzava i galanti, i bellimbusti. Solo perch non poteva farne a meno frequentava i salotti eleganti, cio quelli in cui non si faceva che pettegolare e, al tempo stesso, offrire il fianco allarma, spesso pericolosissima, del pettegolezzo.
Il suo nome, la sua carica stessa non gli .consentiva dallontanarsi da quei salotti che non a torto egli considerava frivoli.
Ma c di pi: spesso, in quei salotti profumati, tra una spiritosaggine e unaltra, tra una danza e unaltra, cera chi trovava modo di congiurare ai danni della Repubblica.
E Lorenzo, il sorriso sulle labbra, apparentemente distratto, osservava, spiava e, senza averne laria, indagava.
Quanto alla plebe, non ne parlava mai.
La plebe  plebe disse un giorno a un amico.
E non fu possibile fargli dire di pi.
Aveva dellonore un concetto comune a quasi tutti i patrizi dellepoca.
Un giorno la moglie gli disse celiando:
Se io tingannassi, luomo potrebbe perdonare, il marito potrebbe perdonare, ma il patrizio non perdonerebbe.
E lui, aggrottando la fronte:
 cos.
Tutto egli era dunque pronto a sacrificare alla sua ambizione: tutto fuorch il suo onore di patrizio.
Egli ripensava appunto a quelle parole di Clemenza, quando il servo di madonna Sofia disse, con un fine sorriso:
Madonna Sofia non potr mai perdonarmi di non averla svegliata, dal momento che Vostra Eccellenza deve partire stasera per la campagna.
E Lorenzo, sorridendo anche lui:
Tu lo dici...
Il servo sinchin in silenzio e scomparve.
Lorenzo Barbo savvicin a uno specchio e si guard attentamente il pallido volto:
Io mormor, proprio io?...
...
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Capitolo 15.

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VITA NUOVA.
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Mentre il conte Lorenzo, nel severo salotto di palazzo Zeno, attendeva madonna Sofia, la contessa Clemenza, gi sveglia da qualche minuto, ripensava alle parole che le aveva detto messer Alvise poco prima di lasciarla:
La vita  un gioco, Clemenza. Si vive fino a che si ha voglia di giocare. Quando non se ne ha pi voglia, si muore.
Egli aveva pronunciato quelle parole con uno strano sorriso, tra il malinconico e il faceto.
E lei:
Ma tu hai sempre molto amato questo gioco, non  vero? Vorresti forse dirmi che ora, improvvisamente, non lami pi?.
Di nuovo egli aveva sorriso, ma questa volta era un sorriso pi serio, troppo serio per un uomo come Alvise, che di solito celiava anche sulle cose pi gravi.
Improvvisamente? Oh, non improvvisamente, cara Clemenza.
E sera taciuto, come pentito daver detto troppo.
Checch ne pensassero i suoi molti nemici e i suoi stessi pochi amici, Alvise non era precisamente quello che si chiama un uomo sleale. Ma riservato s, come geloso delle proprie idee.
Perci gli pareva ora dessersi lasciato andare a una confessione quasi compromettente.
Ma Clemenza aveva insistito, sia pure con una parola sola:
Sicch tu....
Sicch niente, aveva risposto lui seccamente, quasi sgarbatamente; e anche questa sgarbatezza in lui non era naturale, ch di solito egli era pieno di garbo con tutti, anche con gli inferiori, e sempre, o almeno assai spesso, sapeva con un sorriso almeno cortese ingannare anche i pi intimi circa il suo vero stato danimo.
Poi sera scusato:
Perdonami, Clemenza.
Non cera nulla da perdonare, se non quel non volersi confidare a una donna che gli aveva aperto il suo cuore e dato il suo amore, e Clemenza pensava che egli ne fosse sicuro.
Ma, oltre al suo naturale riserbo, Alvise aveva le sue buone ragioni per credere daver detto troppo: egli sapeva di non essere amato dalla bella cugina.
Al contrario di lei, che credeva di giocarlo, Alvise era convinto che Clemenza, nonostante le apparenze, non lo credesse innamorato, o meglio non innamorato di lei.
Egli era anche convinto che ella sapesse voler egli solo vendicarsi di Lorenzo: e non singannava.
Clemenza era a conoscenza dellamore infelice del cugino per Sofia Zeno.
Decisa a vendicarsi di Lorenzo, sera servita di Alvise come duno strumento, fingendosi innamorata e fingendo di credere innamorato anche lui. Ma su questultimo punto la contessa peccava di ingenuit, che Alvise era, come suol dirsi, una volpe vecchia.
Serano poi salutati freddamente, o, meglio, era stata Clemenza a salutare lui freddamente, ch anzi Alvise sera sforzato, e vera pienamente riuscito, di mostrarsi pi che gentile, affettuoso.
Ora Clemenza era quasi pentita della sua freddezza.
Povero Alvise! pens. Deve soffrire pi di me, credo, perch, mentre lui ama ancora Sofia, io non amo pi Lorenzo.
Ella aveva sposato senza amore Lorenzo Barbo. A quel matrimonio lavevano costretta i suoi genitori, desiderosi dimparentarsi con quelluomo che presto, secondo lopinione generale, avrebbe dominato Venezia.
Quanto a Clemenza, che pur non aveva ambizioni di sorta, stimava e ammirava il conte Lorenzo.
Inoltre non poteva non esser lusingata dal fatto che egli lavesse scelta per moglie.
A poco a poco, dopo il matrimonio, aveva cominciato a innamorarsi di lui, che del resto si mostrava verso di lei premuroso e affettuoso: ella era come una bambina, e le piaceva di sentirsi protetta e blandita da un uomo come Lorenzo.
Ma non aveva compreso che quello del Barbo era stato un puro capriccio, sia pure un capriccio desteta, e, pi che addolorata, sera mostrata stupita quando egli aveva cominciato a trascurarla.
Ma ella credeva che solo per le gravi cure de suo alto ufficio egli la trascurasse. Sicch il dolore, la collera e lumiliazione lavevano invasa quando aveva saputo chegli le preferiva unaltra donna.
Ora, con gli occhi sbarrati nel buio della serica alcova, ripensando alle parole di Alvise: La vita  un gioco..., le pareva chegli avesse torto. La vita ella diceva tra s  un gioco per i giocatori. Per gli altri  una cosa seria.
Clemenza infatti non aveva il temperamento della giocatrice.
Pure, aveva giocato fin troppo, da quando aveva deciso di vendicarsi di Lorenzo.
Ora non le restava che unamarezza infinita. Forsanche aveva paura, una paura vaga, e non per s, non per Alvise, ma e ci era indubbiamente assai strano per Lorenzo.
Lorenzo si disse  quel che . Ma io non voglio sprecare cos la mia vita. Forse egli ha bisogno di me.
Si sent un po commossa.
Bisogna ricostruire, s, ricostruire, a tutti i costi... No, Alvise, la vita non  un gioco; la vita  missione....
Saccorse daver pronunziato queste parole ad alta voce. E dolcemente, nel buio, sorrise.
Le pareva di sentirsi migliore. Poi stese una mano e suon per la cameriera.
Ma proprio in quel momento Annella si precipit nella camera:
Madonna Clemenza, proteggete il mio Pietro.
La contessa Clemenza si mostr infastidita.
Lasciami in pace, Annella, e portami la colazione.
Madonna Clemenza...
Tho detto, Annella...
Ma voi non sapete, madonna, cos capitato al mio Pietro!
Clemenza si mise a sedere in mezzo al letto e si dispose ad ascoltare:
Sentiamo disse sorridendo.
Ma sorrideva perch pensava alla necessit di ricostruire.
Vita nuova, pensava.
Sent poi la mano tremante di Annella afferrarle una mano; ud un nome, una parola, il buio si squarci, ed ella non vide che sangue: sangue su di lei, sangue sulle cortine dellalcova, dappertutto sangue.
Vita nuova... mormor.
E svenne.
...
.
...
Capitolo 16.

...
.
...
PERCH LAMORE MUORE?
...
.
...
Il monello che, udendo il Tasca dire: Non so chi lha ucciso, ma chi lha uceiso ha fatto bene!, aveva chiesto: Hanno ucciso qualcuno? e sera perci visto addosso minaccioso il Rossi, si era affrettato a rientrare e a raccontare alla madre ci che aveva udito e ci che gli era stato risposto:
Moccioso, di che timmischi? e che ne sappiamo noi se hanno ucciso qualcuno?.
Misericordia! grid la madre quelli erano gli assassini!
Davvero? fece il monello incuriosito, quasi divertito Allora bisogna farli arrestare.
Arrestare... arrestare... Non  mica facile... Chi sa dove si saranno cacciati, ora!
Erano davanti a ca Barbo.
Gi, ma ora non ci saranno pi.
Che ne sappiamo? Se vuoi, vado a vedere.
Sta fermo, tu. Ora avverto tuo padre.
Il marito dormiva ancora saporitamente. La moglie si piant accanto al letto, i pugni sui fianchi:
Sempre a dormire disse, sempre a dormire!
Luomo si scosse.
Giovanni fece lei, Giovanni, questo non  il momento di dormire.
Luomo sbadigli, apr gli occhi:
Ah! disse, e si volt dallaltra parte.
Giovanni insist la moglie, nostro figlio ha visto gli assassini..
Luomo balz a sedere in mezzo al letto.
Cosa dici? Gli assassini?
S, erano davanti a ca Barbo.
Ma di che assassini mi vai parlando, Marietta?
Di quelli che lhanno ucciso,  chiaro.
Hanno ucciso qualcuno, allora?
Marietta ebbe un risolino ironico.
Eh, si capisce, se sono assassini hanno ucciso qualcuno, dico io!
Brava, e chi hanno ucciso?
Cosa vuoi che sappia io!
Luomo sindispett.
Ma allora perch mi hai svegliato?
Perch bisogna farli arrestare.
Chi?
Gli assassini.
E chi sono?
Se lo sapessi non sarei qui a discutere con te. Ma aspetta.
E Marietta ripet al marito ci che aveva raccontato il figlio e poi chiam il ragazzo e cominci a tempestarlo di domande.
Erano proprio vecchi?
Vecchi, s rispose il monello.
Ne sei sicuro?
Sicurissimo.
Bene. Andiamo avanti. Erano molto vecchi?
Non molto.
Quanti anni avranno avuto?
Il ragazzo apr le braccia:
Non lo so rispose.
La madre scosse il capo, poi disse:
Continuiamo. Qualera il pi vecchio?
Quello che mha chiamato moccioso.
Ha fatto bene disse a questo punto il padre. Hai sempre il naso sporco, le unghie nere e gli abiti a brandelli.
Giovanni lo redargu la moglie, come puoi dire che un assassino ha fatto bene a chiamar moccioso nostro figlio?
Intanto fece il marito stendendosi di nuovo sotto le lenzuola e sbadigliando che quello fosse un assassino non lo sappiamo, mentre che nostro figlio  un moccioso lo sa tutto il vicinato.
Quello insist la moglie  proprio un assassino: io ne sono sicura.
In quel momento sud bussare alla porta.
Chi ? fece Marietta.
Rosina rispose una voce.
Marietta aperse, ed entr una donna di mezza et.
Buon giorno disse. La sapete la novit?
No rispose Marietta. Di che si tratta?
Messer Alvise Guoro  stato trovato in Santo Stefano con un pugnale nel petto.
Luomo sobbalz; il monello si freg le mani; Marietta si mise a gridare:
E mio figlio ha visto gli assassini! Li ha visti, capite!
Gli assassini? fece Rosina. Ma se lha ucciso il Fornaretto!
Marietta rimase male.
Ne siete sicura?
Me lha detto la siora Francesca che ha visto tutto dalla finestra.
Maria Vergine! E perch lha ucciso?
Per gelosia. Perch il Guoro gli aveva portato via la fidanzata.
Ah s? E chi era la fidanzata del Fornaretto?
Non lo sapete, Marietta? Era lAnnella, quella smorfiosa ch cameriera in ca Barbo
Marietta si volse trionfante verso il marito:
Hai sentito? In ca Barbo. Se quelli non sono gli assassini, sono certamente i complici.
Di che parlate? fece Rosina
Allora anche Rosina seppe ci chera accaduto al monello.
Ma allora disse uno dei due vecchi era il padre del Fornaretto, si capisce. Perch tra il Tasca e il Guoro cera ruggine vecchia e cos si spiegano quelle parole: Non so chi lha ucciso, ma chi lha ucciso ha fatto bene!.
Credo che abbiate ragione, disse a questo punto Giovanni. Io intanto vado subito ad avvertire mio cognato ch servitore in ca Zeno. Cos lui lo dir immediatamente alla contessa Sofia chera assai amica del Guoro.
Strizz un occhio; soggiunse:
Dicevano ci fosse del tenero tra messer Alvise e madonna Sofia.
Dopo mezzora il cognato di Giovanni sapeva che il Guoro era stato assassinato dal Fornaretto. Subito gli altri servi si riunirono per deliberare come si dovesse dar la notizia a madonna Sofia. La cosa era tanto pi delicata in quanto la contessa stava conversando con messer Lorenzo Barbo chera cugino dellucciso.
Mentre i servi di ca Zeno discutevano, Marietta diceva:
Sentite, Rosina, ma se uno dei due vecchi era, come dite voi, il Tasca,  chiaro che il Fornaretto s rifugiato in ca Barbo. Se no, che ci stavano a fare davanti al palazzo quei due?
Infatti... fece Rosina.
Mamma propose il monello, vado io ad avvertire i fanti dei Dieci.
Ah, no! disse Rosina. Semmai ci vado io:  pi giusto. Sono una donna matura, io.
Andiamoci insieme disse Marietta.
Va bene, andiamoci insieme.
E io, mamma? fece il ragazzo.
Tu disse Marietta sei un bambino e i bambini non si occupano di queste cose. Perch non vai a lavarti il muso, invece dimportunare i grandi?
Il ragazzo rimase male.
Eppure sono stato io... cominci a dire.
Un caso fece Marietta.
Usc con Rosina e chiuse la porta a doppio giro di chiave.
Il capo dei fanti dei Dieci, che un minuto prima aveva fatto mettere a verbale la dichiarazione del bettoliere, ordin che si mettesse a verbale anche la dichiarazione di Marietta Natali in Glauco.
Sar dunque giustiziato il Fornaretto? chiese Rosina.
Ma il fante non si cur neppure di risponderle: conged con un gesto le due donne e riabbass il capo sulle carte che aveva davanti.
Nel frattempo si protraeva, stanca e snervante per tutte due, la conversazione tra madonna Sofia Zeno c messer Lorenzo Barbo.
Quando la cameriera laveva destata dicendole che il conte Lorenzo, che la sera sarebbe partito per la campagna, desiderava parlarle, Sofia si era non poco stupita.
A questora? aveva mormorato. Deve esserci certamente qualche novit.
Dopo un quarto dora era nel salotto in cui Lorenzo laspettava.
Novit, caro Lorenzo?
S, cara Sofia; sono stufo della citt e ho deciso di partir stasera per la campagna.
Che t capitato?
Nulla. Anzi vorrei che mi capitasse qualche cosa per rompere la monotonia di questa vita.
Sofia lo aveva guardato attentamente.
Strano! aveva mormorato.
Strano... cosa?
Lorenzo era quasi seccato.
Mio Dio, Lorenzo, come sei nervoso, stamattina!
E credo daverne tutte le ragioni, per bacco!
Vedi dunque che non ho torto.
Spiegati.
Il tono di lui era duro; la sua voce aspra; i suoi occhi cattivi.
Sei tu che devi spiegarti, Lorenzo.
Egli cominciava ad agitarsi.
Parola donore disse, non ti capisco, Sofia.
Ella rise:
C poco da capire. Tu vieni qui ad unora insolita...
Lorenzo la interruppe sgarbatamente:
Ti ho disturbata? Se vuoi, me ne vado subito.
Desidero replic Sofia che tu resti.
Egli la guard stupito.
Tu desideri che io resti?
S. Voglio sapere.
Che cosa.
Perch sei venuto.
Per vederti. Ero stanco, annoiato, la seduta al Consiglio  stata lunga, interminabile e tuttaltro che interessante. Comincio a invecchiare, Sofia; non reggo pi a certe fatiche. Tu sei una donna intelligente. Un uomo pu aver bisogno, cos, allimprovviso, di vedere la donna che ama. Dovresti capirlo. Del resto ho detto al tuo servo che non avevo nulla dinteressante da dirti.
Sofia ebbe un sorriso sottile.
Tu disse sei troppo prudente per confidarti coi servi.
Egli salz e cominci a passeggiare nervosamente per il salotto.
Che centra la prudenza? Io ho detto la verit. Perch avrei dovuto essere prudente? Non ho nulla da nascondere. Sono stanco. Perci vado in campagna. Ho bisogno di riposo e daria pura.
E gli affari?
Al diavolo gli affari!
Non hai mai parlato cos, Lorenzo.
Comincio adesso. Credevo che tu mi comprendessi. Mi accorgo dessermi sbagliato: Non dovevo amarti. Tu non dovevi amarmi...
Egli cominciava a non essere pi padrone di s, a non saper pi dominare i suoi nervi.
Lorenzo...
E la voce di lei era dolce, carezzevole.
Egli la guard con rancore:
Non ho bisogno di dolcezza disse. Voglio andarmene.
-Come sei pallido, Lorenzo! Mi fai tanta pena.
Egli ebbe un riso stridulo:
Sei troppo buona, Sofia. Ti ringrazio. Addio.
Resta, ti prego...
Voglio andarmene. Ho bisogno di riposare, di dormire.
Un momento: ho da chiederti una cosa.
Parla.
Tu soffri molto, Lorenzo.
Questa non  una domanda.
Infatti non te lho chiesto. Lho affermato. Unaltra cosa volevo chiederti: mi ami tu?
Lorenzo alz le spalle.
Ti amo, s, ti amo, ma non capisco perch mi tormenti...
Non ti tormento. O per lo meno non vorrei tormentarti.
Mi tormenti, ti dico!
Egli aveva quasi gridato; e il volto, da pallido, era diventato ad un tratto paonazzo.
Allora Sofia gli si avvicin, gli pose le mani sulle spalle, lo fece sedere, gli accarezz i capelli; ed egli lasciava fare, come un bambino viziato, avvezzo a essere blandito.
Povero Lorenzo! mormor Sofia, sedendo accanto a lui e continuando ad accarezzargli i capelli.
Egli la guard un po stupito; ma oramai non aveva pi quellespressione di collera, quasi di odio.
Perch mi compatisci?
Non ti compatisco rispose Sofia: mi sono espressa male. Tu sei veramente stanco, stanchissimo...
Debolmente egli reag.
Non esageriamo disse.
Avresti bisogno di distrarti ella prosegu.
Distrarmi? fece Lorenzo, e pareva preoccupato. Perch?
Gli affari disse Sofia ti logorano i nervi.
Pu darsi egli assent con improvvisa disinvoltura. Comunque credo che mi basterebbe una settimana di riposo...
Ella non replic. Ora tacevano tutte due. E la disinvoltura di lui era di nuovo scomparsa. Egli appariva impacciato, ella aveva smesso di accarezzargli i capelli. Lorenzo salz, torn a sedersi, salz di nuovo; Sofia non lo guardava, aveva gli occhi bassi. A un tratto egli le si avvicin e sollevandole il mento le chiese:
Coshai?
Nulla. Cosa vuoi che abbia?
Sei pensierosa. A che pensi?
Sono...
Sofia sinterruppe, come impaurita di ci che stava per dire.
Senza eccessivo interesse egli le disse:
Bella giornata, oggi.
Fu allora che Sofia salz di scatto:
Basta! grid. Basta con questa tortura!
Egli si volse, e disse lentamente:
Che ti prende? i
In quel momento entr il servo.
Madonna... disse.
Ebbene fece Sofia, che c, Giorgio?
Madonna... una terribile notizia.
Tu mi spaventi, Giorgio.
Il servo guard il conte Lorenzo e disse:
Anche per Vostra Eccellenza sar una terribile notizia.
In nome di Dio, parla! grid la contessa.
Madonna, hanno trovato messer Alvise Guoro accoltellato in Santo Stefano.
Sofia divent spaventosamente pallida e afferr il braccio di Lorenzo.
Alvise... mormor. Povero Alvise!
E lassassino? chiese il Barbo.
Fuggito, Eccellenza.
Ma chi ?
Il Fornaretto, Eccellenza... Voglio dire... S, insomma, un cerio Pietro Tasca, fornaio, un giovane che amoreggiava con la cameriera di Vostra Eccellenza...
So disse Lorenzo. Non pu essere stato lui.
Eppure, Eccellenza, lo hanno visto.
Quando lhanno visto? Dove lhanno visto?
Allalba, accanto al cadavere.
Chi lo ha visto?
Una donna.
Cosa faceva il giovane quando la donna lo ha visto?
Non so bene, Eccellenza. Ma mi pare daver sentito dire che non facesse nulla.
Come fai allora tu a dire che  stato lui a uccidere messer Alvise?
Lo dicono tutti.
Non basta. Ci vogliono le prove.
Pare che ci siano, Eccellenza.
Quali prove ci sono?
Non so, Eccellenza... Si dice.
Sciocchi, stolti, malvagi. disse Lorenzo. Tutti malvagi, tutti... Accusare un innocente...
Sofia lo guard fisso.
Sei proprio sicuro che sia innocente? disse.
Sicurissimo.
Lorenzo era di nuovo padrone di s; la sua voce era chiara, ferma; i suoi gesti. decisi.
Sofia conged il servo, poi fiss di nuovo Lorenzo.
Tu disse hai dei sospetti...
Io? fece Lorenzo. No davvero.
Allora perch sei cos sicuro dellinnocenza di quel fornaio?
Perch lo conosco,  un bravo ragazzo.
Non basta.
Basta. Che rapporti vuoi che avesse con Alvise?
Sofia si strinse nelle spalle:
Io non so nulla, ma non affermo nulla.
Io so invece qualche cosa.
Che cosa, per esempio?
Che Alvise era un poco di buono.
Lorenzo! esclam Sofia. Come puoi esprimerti a questo modo, ora che  morto?
Bisogna dire quel che si pensa, senza infingimenti.
Daccordo. Ammettiamo dunque che il povero Alvise fosse realmente un poco di buono, come tu dici. Non avrebbe potuto corteggiare la ragazza di cui  innamorato quel fornaio?
Lorenzo ebbe un riso sarcastico:
Alvise avvilirsi con una cameriera? Mirava in alto, lui. Non era forse innamorato di te?
Almeno rispose Sofia diceva desserlo.
Vedi dunque che la mia cameriera...
Un passatempo.
No, Sofia, un uomo come Alvise poteva trovar di meglio per passare il tempo.
Non dico di no, ma di sicuro non sappiamo nulla.
S, solo che il Fornaretto  innocente.
Supposizioni disse Sofia.
No replic il Barbo. Certezza.
Lo accusano disse Sofia. Tu lo difenderai?
Lo difender, se occorre.
Sar arrestato?
Potrebbe darsi. Ma sar sotto la mia protezione.
Per difendere lui, accuserai un altro?
Lorenzo ebbe un fremito che non sfugg a Sofia.
Non occorre egli rispose.
E le prove della sua innocenza?
Verranno fuori, vedrai.
Quel ragazzo ti sta molto a cuore.
Mi sta a cuore che egli sia proclamato innocente.
Sofia non replic. Ci fu un po di silenzio. A un tratto ella disse:
Tu non volevi bene ad Alvise.
Egli la guard francamente negli occhi, a testa alta, e scandendo le sillabe rispose:
No, non gli volevo bene.
Che cosa ti aveva fatto?
Mi odiava.
Perch avrebbe dovuto odiarti?
Lo sai.
Non so nulla. Se  perch io ti ho preferito...
Appunto.
Sofia si prese la testa fra le mani e:
Mi amava dunque tanto?
S rispose il Barbo. Assai pi di quanto ti amo io.
Poi sinchin e usc.
Rimasta sola, Sofia chiam il servo:
La mia gondola, subito disse.
Dopo dieci minuti era in gondola, diretta a ca Guoro. E tra s diceva: Lorenzo, fra te e me c un cadavere. A un tratto ebbe paura di ci che tra s ripeteva. Ma che mi succede?, pens.
Era una splendida giornata, e il palazzo Guoro, severo e maestoso, era pi bello che mai in tutto quel sole.
Quando Sofia fu dinanzi al cadavere di messer Alvise, un tremito convulso la prese.
Dovette allontanarsi, passare nel salotto.
Avrei potuto farlo felice, pensava.
E le pareva dessere come responsabile della morte di lui. Poi fece chiamare il maggiordomo panciuto.
A che ora chiese messer Alvise era uscito di casa?
Istintivamente aveva fatto quella domanda. Era una domanda sciocca, lo capiva; ella ora pensava solo alle parole di Lorenzo: Il Fornaretto  innocente.
Non lo so rispose il servitore panciuto Ieri sera aveva cenato in casa, poi sera messo a leggere, a scriver lettere. Quando noialtri siamo andati a letto, Sua Eccellenza, che Dio labbia in gloria e il maggiordomo chin il capo e si segn era ancora in casa.
Sofia prest appena attenzione a quella risposta. Stette un po in silenzio; poi, a un tratto:
E del Fornaretto che ne dite?
Il maggiordomo indietreggi come spaventato:
Sar giustiziato disse a denti stretti.
 stato dunque proprio lui a ucciderlo?
Non c dubbio. Lo odiava.
Lo odiava? E perch?
Ruggine vecchia. Il padre dellassassino odiava il padre di messer Alvise.
E la ragione?
Dovete sapere, madonna...
E il panciuto servitore raccont a madonna Sofia che il vecchio Guoro voleva far demolire quella lurida bicocca che tuttora disonora la nostra citt. Di qui lodio del vecchio Tasca, di qui lodio del Fornaretto.
 un po pochino pens la contessa per uccidere un uomo .
Ma non lo disse. Disse solo:
Capisco.
Inoltre aggiunse il servo noi e in quel noi erano compresi tutti i rispettabili servi di ca Guoro, tranne la cameriera bellina che ormai egli considerava una nemica di casa, quasi una complice del Fornaretto abbiamo le prove.
Ditemi dunque, bravuomo.
Allora il servo disse dellincidente col Fornaretto e rifer le parole che questi aveva pronunciate nellallontanarsi:
Un giorno mi vedr molto da vicino, il vostro padrone!.
Sofia sussult.
 dunque chiaro concluse il rispettabile servitore.
Sofia non disse nulla; in silenzio si alz, usci.
Appena a casa, scrisse a Lorenzo Barbo un biglietto nei seguenti termini:
Devo parlarti immediatamente. Taspetto.
E al servo raccomand:
Sia consegnato nelle mani del conte Lorenzo.
Dopo mezzora il servo era di ritorno con la risposta.
Sofia ruppe i suggelli e lesse.
So quel che devo fare. Non torturarmi.
Ella bruci il biglietto, poi mormor:
Dio mio, Dio mio, perch non posso pi amarlo?
...
.
...
Capitolo 17.

...
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...
IL DIARIO INSANGUINATO.
...
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...
(Dal diario di madonna Sofia
 Martin vedova Zeno).
... Stamattina molto presto  venuto Lorenzo. Io dormivo ancora. Ma egli ha voluto farmi svegliare. O, meglio, egli non ha detto di svegliarmi, ma si  espresso in modo tale che il mio servo ha ritenuto opportuno farmi svegliare. Lerenzo  un ipocrita.
Il nostro colloquio  stato sciocco e drammatico. Io ho detto delle banalit, egli mi ha risposto delle banalit. Mi sentivo triste; e lui era livido, terreo e nervosissimo. Dice che ha bisogno della campagna, ma non  vero: io sento che non  vero. Lorenzo mentisce.
Sento anche chegli non  venuto a farmi una semplice visitina.
Egli ha detto che un uomo stanco e annoiato pu a un tratto sentire il bisogno di vedere la donna amata. Questo  vero, ma Lorenzo  solo stanco, anzi stanchissimo, duna stanchezza mortale: non  annoiato.
Che centra la noia? Questa  una parola ridicola, nel caso di Lorenzo.
Egli dice anche che invecchia, che non resiste pi a certe fatiche, come male ha resistito alla lunga interminabile seduta notturna del Consiglio dei Dieci.
Io non gli credo. Perch dovrei credergli? Negli ultimi giorni egli era preoccupato e diceva che si trattava di affari del governo; ma io non gli credevo. Io non sapevo che cosa pensare. Egli mi nascondeva molte cose: ne sono certa. Era sempre molto bello, Lorenzo, e perci mi piaceva. Poi mi piaceva anche quellaria di mistero che aleggiava intorno a noi.
S, intorno a noi cera del mistero. Io ne ero pi compiaciuta che spaventata. Lorenzo era strano, molto strano, molto pi strano di stamattina. Stamattina era solo irritante e anche un po sciocco. S, anche un po sciocco, e mi pareva che volesse farmi del male. Perci, a un certo momento, mi sono ribellata.
Forse ero stanca del mistero. Poi, a un tratto il mistero s svelato: hanno ammazzato Alvise Guoro.
Io non lo amavo, Alvise Guoro: e forse non avevo neppure affetto per lui, Ma negli ultimi tempi mi faceva pena, come Lorenzo.
Strano: io penso a Lorenzo come ad Alvise. Cio come a un morto.  forse morto Lorenzo per me?
Hanno dunque ammazzato Alvise Guoro, e tutti dicono che stato il Fornaretto. Solo Lorenzo dice che il Fornaretto  innocente: non ne ha le prove, ma lo sente.
Anchio sento che quel ragazzo  innocente, ma vorrei che fosse lui lassassino.
Odio quel ragazzo, quel ragazzo che non conosco, quel ragazzo innocente.
La sua innocenza, non capisco perch, mimpedisce di continuare ad amare Lorenzo. La sua innocenza mi fa sentire colpevole.
Dio mio, ho forse ucciso io Alvise Guoro?
Io non immagino davvero chi possa essere lassassino, ma quel giovine fornaio, nonostante tanti indizi contro di lui,  di uninnocenza addirittura sfacciata, insolente.
Poi Lorenzo sa quello che dice. Lorenzo fa parte del Consiglio dei Dieci. Egli  terribilmente intelligente. Egli sa molte cose.
In fondo anche gli uomini come lui si rivelano a un tratto bambini. Quando mi mentiva, dicendomi chera venuto a vedermi solo per il desiderio di vedermi, io lo capivo. Poi, quando ha detto che quel fornaio  innocente, lo ha detto con voce tanto chiara e ferma, che io ho capito che diceva il vero.
Ma come fa Lorenzo a sapere che quel ragazzo non ha ammazzato Alvise Guoro? Oh, Dio, questo minteressa fino a un certo punto. Per Alvise Guoro non doveva morire. No, non doveva.
Dopo aver visitato la salma ho scritto un bigliettino a Lorenzo: gli ho scritto che dovevo parlargli durgenza. Ma non avevo alcuna rivelazione da fargli. Gli ho scritto a quel modo perch volevo vederlo a tutti i costi, dirgli che lui ha torto a difendere il Fornaretto. Sono cattiva, sono folle. Non lo amo pi, Lorenzo, ma ho paura del sangue...
S, tanta paura. Questo diario  tutto insanguinato... Non potr pi scrivervi....
...
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...
Capitolo 18.
...
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...

PADRE E FIGLIO.
...
.
...
Drammatico fu lincontro tra Marco e il Fornaretto nella cucina di ca Barbo, presente lAnnella.
Il Fornaretto si precipit fra le braccia del padre, che lo strinse appassionatamente al cuore coprendolo di baci.
Ti accusano, Pietro, ti accusano...
Lo so, padre mio.
Il Fornaretto era pi tranquillo del padre.
Devi fuggire, Pietro.
Impossibile. A questora mi stanno gi cercando.
Non ti troveranno subito. Fuggi. Io intanto parler con messer Lorenzo.
No, padre disse il Fornaretto gravemente.  Se fuggo mi credono colpevole.
Sei gi fuggito, Pietro mio. Ti sei rifugiato qui. Avresti allora dovuto avvertire i fanti invece di riparare in questa casa.
Fu messer Felice a consigliarmi...
Lo so. Fu un errore. Bisogna riparare, adesso. Non ti resta che abbandonare Venezia.
Mi inseguiranno, mi prenderanno...
Marco lasci cader le braccia.
Bisogna dunque rimettersi nelle mani di Dio.
S, padre.
E tu non hai paura della malvagit degli uomini, Pietro?
No.
In quel momento il Fornaretto era pi bello che mai. Non era pi un ragazzo in quel momento: era un uomo che si preparava ad affrontare gli altri uomini.
Ti troveranno con gli abiti macchiati di sangue...
Ma con la fronte alta e la coscienza netta.
Oh, Pietro, Pietro mio grid il vecchio padre, essi, gli sgherri e i giudici, non leggeranno nella tua coscienza. Guarderanno solo gli abiti.
Il vecchio si accasci su una sedia.
Tu dunque continu ansimando credi nella giustizia degli uomini?
Bisogna credere anche nella giustizia degli uomini rispose il Fornaretto. Se sbagliano, non ne hanno colpa. Tutti possiamo ingannarci. Dio  misericordioso e perdona.
Il vecchio si alz di scatto:
Perch parli a questo modo, ragazzo?
Padre mio...
Il Tasca lo afferr per le spalle, lo scosse con tutta la sua forza.
Messere! grid Annella, bianca come una morta.
Tacete voi! fece Marco. Ho da dire qualehe cosa a mio figlio: non voglio che parli come un condannato a morte.
A queste parole, Annella, come presa da un terrore folle, si precipit ai piedi del Fornaretto, gli abbracci le gambe, le ginocchia, dicendo:
Salvati, Pieiro, salvati! Io ho paura, ho paura...
Calmati, Annella diceva il Fornaretto. Si trover bene il colpevole, e dovr confessare. Sapranno costringerlo...
Il colpevole! grid il vecchio. Ma esiste forse il colpevole? Non volevo forse ucciderlo io, il Guoro? Non volevi ucciderlo tu?
Padre mio implor Pietro.
Ma ormai il vecchio era fuori di s.
 inutile negare, tu, io, il conte Barbo...
Messere! grid Annella.
Voi siete una sciocca! tuon il Tasca. Voi non sapete nulla! E che importa che mi sentano? S, anche il conte Barbo, come me, come Pietro, come tanti, ha ucciso quello scellerato... E voi, voi e la vostra padrona, non lo avete forse abbandonato al suo destino? Nulla potevate fare; ma nulla avreste fatto, se anche aveste potuto!
Il vecchio tacque. Annella lo guard fisso, poi:
Cosa sapete voi?
Nulla.
Perch incolpate allora il mio padrone?
Il Tasca scoppi in una risata stridula:
Sciocca! E chi lo incolpa? Il Guoro forse lha ucciso un ubriaco, che so io? Ma chi ha armato la mano che lha colpito?... Tutti... nessuno... il destino...
Padre mio disse Pietro quello che dite.
Il vecchio lo interruppe:
Che dico io? Nulla. Non dico nulla, sto zitto, star zitto sempre.
Si pose a sedere; tacevano tutte tre.
A un tratto Marco lev gli occhi al cielo:
Sa Dio disse se gli avevo perdonato.
Poi savvicin al figlio:
Anche tu disse anche tu gli avevi perdonato, non  vero?
S, padre mio rispose il Fornaretto.
Poi, indicando lAnnella:
Padre mio disse, ella  innocente.
Il vecchio la guard per un istante:
Tu lo credi, Pietro?
Ne sono sicuro.
Il vecchio non replic. Stette qualche momento immobile, gli occhi fissi in quelli di Annella. Poi and verso di lei, le prese le mani, lattir a s, e, stringendola fra le sue braccia, disse:
Mia figlia  morta. Tu sarai la mia figliola.
Piangeva ora silenziosamente, il vecchio Marco; e umidi erano gli occhi di Annella e quelli del Fornaretto.
Qui disse Marco non ci sono che tre innocenti. Chiamo Dio a testimonio.
Poi al Fornaretto:
Tu sei puro, figlio mio, e questa ragazza  ben degna di te.
Messere... mormor Annella.
Chiamami padre disse Marco. Io sono ormai tuo padre e tu sei la mia unica figlia.
Si rivolse a Pietro:
Io ti ho insegnato a odiare il Guoro, ma tu non lhai odiato che per un istante e hai purificato anche me.
Allora Annella chiese:
Perch avrebbe dovuto odiarlo?
Padre e figlio si scambiarono una rapida occhiata. Poi il vecchio disse:
Ci fu un tempo una lite tra il padre di messer Alvise e me.
Una lite? fece Annella.
S disse il Tasca. Il Guoro voleva buttar gi la mia casa, che certo non  bella, ma che mi ricorda tante cose; e io mi opposi. Ne nacque una lite. Io sono un tipo violento, lui era piuttosto arrogante. Poi il vecchio  morto, ma il mio rancore continuava contro il figlio...
E che vi aveva fatto messer Alvise? interruppe Annella.
Il Fornaretto guard il padre; questi fece uno sforzo su se stesso e rispose:
Lui nulla. Ma io... e la voce gli tremava io son fatto cos. Poi sapevo chegli non mi perdonava dessermi opposto al disegno del padre...
Il vecchio Tasca tacque. Era diventato bianco come un cencio lavato.
Vi sentite male? chiese lAnnella.
-No...  passato... un capogiro.
Trov la forza di sorridere. Poi disse:
Adesso bisogna pensare a Pietro.
Ve lho detto fece il Fornaretto che non voglio fuggire.
Ma taccuseranno.
Mi difender.
Naturalmente. Ma devi anche essere protetto.
S disse lAnnella. E ti proteggeranno i miei padroni. In questa casa non potrai essere arrestato.
Il Fornaretto sorrise:
Lo credi?
Ne sono certa. Messer Lorenzo conta pi del Doge.
 in casa messer Lorenzo? chiese Marco.
Non credo rispose la ragazza. Avrei udito la sua voce. Ma non pu tardare, ch a questora la seduta al Consiglio dei Dieci sar certo terminata.
Allora disse Marco bisogna avvertire intanto la tua padrona...
Ma come dirle...
Cosa?
Messer Alvise era suo cugino.
Presto o tardi lo sapr. Va pure.
Un momento disse il Fornaretto. Io voglio chella sappia che non un colpevole ma un innocente ingiustamente accusato le chiede asilo e protezione.
Marco lo guard con orgoglio; Annella lo abbracci, poi scomparve su per la scaletta di legno.
...
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Capitolo 19.
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LARRESTO.
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Rinvenendo, madonna Clemenza vide il volto pallido, stravolto di Annella vicinissimo al suo.
Madonna Clemenza, salvatelo...
La contessa quasi non ricordava pi. Disse:
Non capisco bene, Annella.
Ma subito soggiunse, passandosi lentamente una mano fredda sulla fronte umidiccia:
Lasciami, Annella.
La fanciulla era inginocchiata accanto al letto della padrona: i suoi occhi, ancor pi che la sua voce, erano imploranti.
Salvatelo ella ripete.
La contessa la guard con stupore, poi con indifferenza.
Che vuoi, Annella?
Dovete salvarlo, madonna.
Annella era immobile; a udir le sue parole senza guardarla si sarebbe detto che ripetesse una lezione.
Di che mi parli? disse Clemenza, e pensava:
Vita nuova, vita nuova... S, bisogna espiare... lui ha espiato, adesso tocca a me....
Egli  qui disse Annella,  nelle vostre mani.
Egli... fece la contessa. Ma di chi mi parli tu?
Di Pietro, madonna. Di Pietro che...
Perch mi parli di lui? E la voce di Clemenza era stanca e sembrava venisse di lontano.
La fanciulla le prese una mano, vi appoggi sopra una guancia, e Clemenza sent una lacrima calda sul dorso della sua mano fredda e inerte.
Che vuoi? fece la contessa.  Egli  morto Ora tocca a me.
Annella sussult, e nei suoi occhi, ora, non si leggeva che il terrore.
Morire.. voi... madonna? ella articol.
Un lieve amaro sorriso sfior le labbra bianche e fredde della contessa.
No disse Clemenza non morire, ma vivere... ecco la mia condanna, vivere in espiazione...
Annella la guard con inquietudine:
Che dite mai, madonna?
Tu non puoi capire.
Tacque, liber la mano dalla stretta di Annella.
Il suo sguardo, la sua voce furono improvvisamente duri, gelidi:
Vattene.
Annella non si mosse.
La contessa la guard prima infastidita, poi con una specie di disprezzo, di rancore, cos come si guardano i pi vili complici dopo il delitto.
Ebbene? disse.
Nulla rispose la ragazza, sempre inginocchiata accanto allampio letto, lo sguardo sempre implorante, le labbra appena schiuse.
Vattene ripet la contessa,
Non me ne vado, no disse fermamente la fanciulla, e la fermezza della sua voce contrastava stranamente con quello sguardo supplichevole.
Clemenza la odi, e glielo disse:
Ti odio.
Annella non si mosse; ripet:
Non me ne vado.
Clemenza disse:
Egli  morto. Che vuoi?
Dovete proteggere il mio Pietro disse la fanciulla, e le sue labbra tremarono.
Perch mi parli del tuo Pietro? Non minteressa. Alvise  morto: noi lo abbiamo ucciso.
Madonna...
Noi, noi! grid Clemenza balzando dal letto. Nella notte se n andato... Chi cera a proteggerlo? Tu? Io? Nessuno cera... Noi lo abbiamo ucciso...
La fanciulla la costrinse a ridistendersi:
Calmatevi, madonna.
Non dir sciocchezze.
E una smorfia di disprezzo incresp le labbra di madonna Clemenza.
Preghiamo per lanima sua disse Annella, inginocchiandosi di nuovo accanto al letto e prendendo tra le sue una mano della padrona.
Pregare? fece la contessa con un sorriso cattivo. Io non so pi pregare... non posso pi pregare...
Si contorse, poi sirrigid.
Annella mormor a fior di labbra, sai tu ancora pregare? Insegnami, Annella, insegnami... Io non so pi... non ricordo pi... Credi tu che io potrei ancora pregare?
Ora piagnucolava come una bambina:
Annella, Annella, Iddio vede tutto,  vero... Iddio sa tutto...
S, madonna, e Iddio sa che il mio Pietro  innocente.
Ancora il tuo Pietro... Oh, Dio, Annella, preghiamo, preghiamo...
Allora Annella mormor:
Requiem aeternam dona ei, Domine...
E Clemenza ripet:
Requiem aeternam dona ei, Domine...
Si guardarono, le due donne dolorose. Poi, con la mano libera, la contessa afferr la mano di Annella:
Tu disse sei la mia sorellina.
Tacque, le sorrise tristemente.
Madonna disse la fanciulla, voi non mi abbandonerete, non  vero?
No, Annella. Non ti ho detto che sei la mia sorellina? Io voglio che almeno tu sia felice.
La ragazza copr di baci le mani della contessa, poi:
Salvate il mio Pietro, vi supplico.
Cosha fatto dunque il tuo Pietro?
Nulla, madonna, ma  lui che incolpano.
 lui che incolpano... ripet lentamente madonna Clemenza.
Perch? soggiunse.
Sirrigid di nuovo.
 stato lui il primo... balbett Annella, Ma egli  innocente, madonna, ve lo giuro,  innocente!
La contessa la guard attentamente:
Il primo... Non capisco, Annella.
S, madonna, il primo ad accorgersi...
Clemenza la interruppe:
Taci.
Lasciate che vi spieghi.
Non voglio sapere... Ucciso... ucciso... Basta, non voglio sapere...
Dovete sapere, madonna. Messer Alvise...
Clemenza la interruppe con un urlo:
Taci ti ho detto.
Non posso, non debbo tacere. Pietro  innocente. Si  chinato sul corpo di messer Alvise, lo credeva ubriaco, poi ha visto il sangue, il pugnale conficcato nel petto...
Madonna Clemenza ripet automaticamente:
Il pugnale conficcato nel petto...
Tacque, poi disse, movendo appena le labbra:
Perch?
Poi gli dissero di fuggire, continu Annella. Non voleva. S lasciato convincere.  qui, adesso. Vi chiede asilo, protezione. Non potete, non dovete lasciar arrestare un innocente.
Cosa posso fare io? disse freddamente Clemenza. E cosa so io di lui?
Oh, madonna! grid Annella. Voi dunque non credete pi in me?
In te s, Annella. Ma in lui... Perch dovrei credere in lui?
Basta guardarlo negli occhi: sono gli occhi di un innocente.
Tu lo dici, Annella. Ma...
Annella si lev in piedi:
Voi sapete, madonna, che Pietro non avrebbe avuto alcun motivo per uccidere messer Alvise.
Io non so nulla disse Clemenza. Io so soltanto che qualcuno ha ucciso messer Alvise.
E questo qualcuno disse Annella, questo qualcuno, madonna, siete proprio sicura che sia stato il mio Pietro?
Io non lo accuso. Gli altri, tu mi dici, lo accusano. Io non posso accusare, ma non posso neppure difendere.
Parlate con lui, madonna. Vi convincerete della sua innocenza.
Parlare con lui? grid Clemenza. Con lui che forse...
Madonna!
Che vuoi iu, Annella? Se  innocente, non sar condannato, Messer Lorenzo, che  del Consiglio dei Dieci,  terribile ma giusto. Va. Ritorna dal tuo Pietro. Digli che la giustizia deve fare il suo corso.
Annella comprese che madonna Clemenza era irremovibile e usc.
Quando ritorn in cucina, ud un rumore di passi al piano superiore, poi delle voci:
Cerchiamo un tale accusato di assassinio...
Un servo rispondeva:
Qui, messeri, non c nessun accusato di assassinio.
Marco bisbigli al Fornaretto:
Fuggi.
Il giovane sorrise, disse:
Io credo nella giustizia.
Pietro per carit! implor Annella.
Sudirono in quel momento i passi per la scala. Cinque fanti irruppero a un tratto nella cucina.
 lui, disse uno dei fanti indicando il Fornaretto.
Il fante pi anziano gli si avvicin:
Siete voi Pietro Tasca di Marco, detto il Fornaretto?
Sono io, s rispose Pietro.
Bene. Io vi dichiaro in arresto.
Un momento! grid Annella. Ecco messer Lorenzo.
Infatti Lorenzo, rientrato da poco e da Lionello avvertito di ci che accadeva, scendeva in fretta la scaletta di legno che portava alla cucina.
Lascerete voi arrestare un innocente? grid il vecchio Marco precipitandosi verso il conte.
Se  accusato disse Lorenzo, devesser giudicato. Ma voi chi siete?
 mio padre disse il Fornaretto.
Poi, rivolto al padre:
Non temete, padre mio.
Lo abbracci, abbracci Annella, poi ai fanti disse:
Andiamo, io sono pronto.
...
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...
Capitolo 20.

...
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PLEBE E NOBILT.
...
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...
Marco e Annella, immobili, guardavano la porta dalla quale, coi cinque fanti del Consiglio dei Dieci, era uscito il Fornaretto.
Mio Dio disse a un tratto lAnnella, mio Dio, proteggilo!
Lorenzo le pose una mano sulla spalla:
Annella le disse paternamente, va pure a riposarti, ch ne hai bisogno.
Oh, messere disse Annella, voi siete buono, ma io non riposer fino a quando non sapr libero il mio Pietro.
Il conte sorrise:
Sciocchina! Il tuo Pietro non  certo andato a fare solo una passeggiatina fino al Palazzo Ducale. Egli dovr essere interrogato dai giudici...
Messere! grid la fanciulla. Ma egli  innocente!
Lo so, fece Lorenzo. Ma forse che sinterrogano solo i colpevoli?
Si volse poi a Marco:
Quanto a voi disse affabilmente, ho bisogno di parlarvi. Volete venire nel mio studio?
Il vecchio abbozz un inchino.
Il conte cominci a salire la scaletta di legno, e Marco lo seguiva: dopo qualche gradino il Barbo si ferm e:
Le veglie thanno logorata, Annella. Va pure a dormire.
Poi continu a salire.
Annella sussult:
Le veglie?! mormor.
Stette un attimo immobile poi fece per precipitarsi su per la scaletta.
Ma questa scricchiolava ancora sotto i passi del conte e del Tasca. Ella aspett; poi prese a salire e irruppe nella camera di madonna Clemenza senza neppur chiedere permesso.
Clemenza, sempre in letto, sobbalz:
Mio Dio, Annella... mormor.
Madonna Clemenza, disse la ragazza Pietro  stato arrestato, ma voi state attenta, ch messer Lorenzo deve aver capito qualche cosa...
Che dici, Annella? fece la contessa, ma il suo volto non espresse terrore e neppure timore.
Allora la fanciulla rifer quel che le aveva detto il padrone e aggiunse:
Come fa egli a sapere?
Con voce stanca Clemenza rispose:
Egli non sa. Egli ha indovinato...
Sinterruppe: parve meditare, ma non profondamente, ch una strana indifferenza era in lei.
Continu, senza mutar tono:
Forse ha indovinato, forse lha detto per impressionarti. Appunto perch non sa, vuol sapere, cerca di sapere, ricorre a tutti i mezzi.
Annella non replic.
Ma tu prosegu madonna Clemenza devi sempre negare.
Negare? fece Annella. Ma se non dico la verit...
Sinterruppe, come pentita daver detto troppo.
Senza guardarla, la padrona disse:
Se non dici la verit...
Ebbene fece la ragazza se non dico la verit perdo il Fornaretto.
Lentamente, sempre senza guardarla, madonna Clemenza ripet:
Il Fornaretto? Non ti capisco, ragazza mia.
Madonna, disse Annella, voi dovete aiutarmi.
La contessa mormor:
Far il possibile.
E limpossibile! grid Annella perdendo la testa.
Clemenza la guard appena:
Non tesaltare, cara. Tutto finir bene per te.
Senza il vostro aiuto, madonna, non pu finir bene.
La contessa batt le palpebre, poi, puntando un gomito sul guanciale e appoggiando il mento sulla mano:
Non tho forse promesso disse, e pareva pi stupita che infastidita da quellinsistenza, che laiuter?
Annella savvicin dun passo:
Madonna disse, Pietro non pu essere coinvolto in questa faccenda.
Saccrebbe lo stupore di madonna Clemenza:
Ma, Annella, egli vi  gi abbastanza coinvolto, mi sembra. Non mhai tu detto che lhanno arrestato?
Annella guard fissamente la padrona.
Dio mi perdoni disse, ma mi sembra che voi vogliate prendervi gioco di me, madonna.
Annella!
Tutti possono ingannarsi disse la ragazza, e sio minganno peggio per me.
Clemenza la fiss con uno sguardo improvvisamente severo.
Non mi piace il tuo tono disse.
E a me fece Annella non piace nulla di quanto accade.
Madonna Clemenza sabbandon di nuovo sui guanciali:
Comincio a credere disse riprendendo il suo sguardo vago e il suo tono dindifferenza che tu sia ammattita, Annella.
No ribatt con foga la ragazza, non sono ammattita. So quel che dico.
E cosa dici? Sentiamo.
Dico che le mie veglie, le veglie che messer Lorenzo ha lette sul mio viso sconvolto, non possono, non debbono perdere il Fornaretto.
Madonna Clemenza ebbe un riso stridulo:
Ah! ah! In verit, mi pare che tu faccia una gran confusione, cara Annella.
E come volete replic ironicamente la fanciulla che io non faccia una gran confusione, dal momento che voi fate troppe e troppo grandi distinzioni?
La contessa impallid.
Spiegati disse. Basta con le insolenze.
Ebbene disse Annella, credete voi davvero che le parole di messer Lorenzo non abbiano nulla a che fare con tutto ci che  accaduto, che sta accadendo, che accadr?
Tu mi spaventi, Annella.
Io dico ci che penso. Messer Lorenzo sospetta o sa. Minterrogher, qui o in Consiglio. Vorr sapere quali rapporti correvano tra messer Alvise e me...
Perch dovrebbe farti una simile domanda? chiese la contessa.
Egli me la far.
Clemenza passava di sorpresa in sorpresa.
Come mai chiese laffermi con tanta sicurezza?
So quel che dico fece la ragazza.
Questo disse madonna Clemenza dissimulando in un sorriso lagitazione che linvadeva questo lhai gi detto.
Lo ripeto disse, ostinata, Annella.
A questo modo replic la contessa non fai che complicar le cose, perch io, parola donore, capisco meno di prima,
Ma io... io so  fece la ragazza.
La contessa si tir il lenzuolo sul viso.
Tanto meglio per te. Ma siccome io non so proprio nulla...
Dovete sapere, madonna.
Clemenza balz a sedere in mezzo al letto e guard fisso la ragazza.
Tu mi nascondi qualche cosa disse. Non negare. Tu mi nascondi qualche cosa di molto importante.
Annella chin gli occhi.
Parla! grid Clemenza. In nome di Dio, parla!
Ebbene disse Annella, io non volevo dirvelo ma ora  necessario... Temevo un vostro rimprovero... Sono stata una sciocca, unincosciente...
Basta con le chiacchiere linterruppe la contessa. Che cosa sai tu che io ignoro?
Io disse Annella so che messer Lorenzo  a conoscenza dun colloquio chebbi tempo fa con messer Alvise.
La contessa trasse un respiro.
Fin qui disse nulla di male.
Annella la guard stupita:
Madonna, ma  possibile che non comprendiate?
In fede mia, Annella, io comprendo solo ci che tu mi dici.
E ci che io vi dico...
Ci che tu mi dici non mi sembra molto importante.
Potrebbe per essere assai importante per messer Lorenzo, disse Annella.
Perch? fece Clemenza.  forse proibito a una cameriera parlare con un nobiluomo che  per giunta cugino della sua padrona?
Era sera inoltrata...
Bisogna dunque che certi colloqui avvengano proprio sotto il sole?
Certi colloqui... ripet Annella.
S disse la contessa, certi colloqui. Non mavevi tu promesso di dire, se necessario, che messer Alvise era il tuo amante?
 vero rispose la fanciulla. Io ve lo avevo promesso. Ma se lo dicessi a messer Lorenzo, egli non mi crederebbe.
E perch dunque non potrebbe crederti?
Ascoltate, madonna...
E qui lAnnella raccont la faccenda del biglietto da lei consegnato a Lionello perch lo portasse al Fornaretto e lincontro del servitore con messer Lorenzo e tutto il resto.
 tutto qui? fece Clemenza.
Voi mi chiedete tranquillamente:  tutto qui?. Non vi rendete dunque conto della gravit della cosa? disse Annella.
Io non vedo alcuna gravit in tutto questo. Ammettiamo pure che messer Lorenzo, sospettando di me, ti chiedesse conto del tuo colloquio con messer Alvise...
Vho gi detto, madonna, che egli me ne parl la mattina stessa in cui aveva letto il biglietto stupidamente datogli da Lionello. E, ora che ci penso, troppo cordiale egli si mostr con me, troppo confidenziale...
La contessa scosse il capo sorridendo:
Parole, parole le tue, cara Annella, Resta un fatto: messer Lorenzo sa del tuo colloquio con messer Alvise. Quali prove ha egli che messer Alvise ti parl di me? Nessuna. Ebbene, tu continuerai a dire che messer Alvise non fece che informarsi della salute dei tuoi padroni. Egli sospetta, tu dici. Ammettiamolo; ma prove non ne ha.
Annella non rispose subito. Poi, come se avesse riflettuto:
Madonna disse, se i giudici sapessero di quel colloquio, potrebbero supporre che tra messer Alvise e me... voi mintendete, madonna.
Ebbene? fece la contessa tranquillamente.
Ebbene disse Annella, se i giudici suppongono che messer Alvise mi corteggiava...
Clemenza sorrise.
Corteggiare una cameriera? Lui? Via, ora esageri, Annella.
La fanciulla impallid: quelle parole la ferivano profondamente. Tuttavia, riuscendo a dominarsi rispose:
Perdonatemi, madonna. Mi sono espressa male. Avrei dovuto dire: se i giudici suppongono che messer Alvise minsidiava...
Continua disse Clemenza.
Se i giudici dunque lo suppongono prosegu Annella possono anche supporre che Pietro abbia ucciso per gelosia messer Alvise.
La contessa sorrise di nuovo.
Una supposizione disse non basta a condannare un uomo. Ci vogliono le prove. Dove sono le prove?
Ma, in nome di Dio grid lAnnella esasperata, dove sono le prove dellinnocenza di Pietro?
 quello che tho detto stamattina, quando tu mi hai chiesto di proteggerlo.
Ma allora voi credete, madonna...
Io disse Clemenza freddamente non credo nulla. Io so una cosa sola: che qualora si accrescessero i sospetti di messer Lorenzo nei miei riguardi, tu dovresti mantenere la tua promessa.
La mia promessa... balbett Annella.
S disse duramente la contessa. Dicendo che messer Alvise era il tuo amante, tu non perdi nulla...
Madonna! grid da povera fanciulla. io perderei il Fornaretto!
Sciocchezze! Se egli  innocente, sapr ben provarlo.
Le apparenze sono contro di lui.
E che cosa sono le apparenze? Andiamo ai fatti. Quali sono i fatti?  egli colpevole? Tu dici di no. Ebbene, dimostri di non esserlo.
Egli potr proclamarlo disse Annella, non dimostrarlo.
I giudici sapranno leggere nel suo sguardo. Essi non sono prevenuti contro di lui. Bisogna aver fede nella giustizia.
Anche lui, anche Pietro lo ha detto... mormor Annella.
Vedi dunque? disse dolcemente Clemenza. Egli  assai pi assennato di te, a quanto pare. Non lui, ma io, capisci, io, semmai, sono in pericolo... sarei in pericolo... Tu hai giurato, Annella. Il mio onore...
E il mio, madonna?...
Oh, sciocchina! fece la contessa. Tu non sei che una cameriera, per tua fortuna, mentre io... una Mocenigo, capisci, e moglie del conte Barbo, di uno dei tre inquisitori... Una tua menzogna salverebbe me e non perderebbe te: una tua confessione invece, perderebbe te e me.
Me? disse Annella. E perch mi perderebbe?
Perch messer Lorenzo rispose Clemenza, sapendoti mia complice, si vendicherebbe anche su te... o, meglio, sul tuo Pietro, contro il quale tu stessa lo hai detto sono tutte le apparenze.
Madonna!
S continu Clemenza, messer Lorenzo  giusto, ma non transige sul suo onore. Disonorato, si perderebbe e perderebbe i suoi nemici.
Annella si nascose il viso fra le mani, mentre i singhiozzi la scuotevano tutta.
Non piangere, sciocchina disse madonna Clemenza, alzandosi e abbracciandola affettuosamente. Tu sarai felice col tuo Pietro; non tho forse detto che ti far la dote?
Oh, madonna disse fra i singhiozzi la fanciulla, voi siete buona...
Buona! fece la contessa. Oh, no, Annella, io non sono buona, ma ti voglio bene, questo s...  diverso...
Ritorn in letto, sospir, mormor:
Sei amata, tu. Mentre io non ho nessuno che mami, nessuno...
...
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Capitolo 21.
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UN UOMO GIUSTO,
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...
Al vecchio Tasca il conte Lorenzo disse desser convinto dellinnocenza del Fornaretto: non per questo, perci voleva parlargli, ma per sapere quali rapporti corressero tra il Fornaretto e messer Alvise Guoro.
Il Tasca raccont al Barbo della ruggine col padre di messer Alvise, ma tacque la storia della Rina, concludendo (e non poteva parlarne dal momento che sapeva che messer Lorenzo aveva letto il famoso biglietto scritto dallAnnella al Fornaretto) che nessun rancore aveva Pietro verso messer Alvise, a meno che non si volesse chiamar rancore la gelosia, presto dissipata daltronde, originata da un colloquio della ragazza col Guoro. Ma la ragazza, aggiunse, in quel colloquio non aveva fatto che pregar messer Alvise dassumere al suo servizio il Fornaretto come gondoliere.
Strano! disse a questo punto il conte. Annella mha detto solo che mio cugino sinformava della salute mia e di madonna Clemenza.
Le cose replic Marco saranno andate cos: messer Alvise si sar informato della salute di Vostra Eccellenza e di quella di madonna Clemenza, e Annella ne avr approfittato per fargli quella richiesta.
Infatti disse il conte mi pare che voi abbiate ragione. Del resto si affrett ad aggiungere tutto questo non ha nulla a che vedere con linnocenza di vostro figlio. A proposito, non comprendo perch egli si sia rifugiato qui come un colpevole.
Ah, Eccellenza! Il Rossi, un merciaio che lo scorse accanto al cadavere e con le mani rosse di sangue, giacch il figlio mio, credendo solo ferito messer Alvise, voleva in qualche modo soccorrerlo, e questo anzi prova comegli non nutrisse alcun rancore per il nobiluomo...
Non divagate, bravuomo fece il Barbo. Dicevate che il merciaio Rossi... A proposito, chi  costui? Voglio dire:  un uomo onesto?
Questo, s, Eccellenza, e conosce da quarantanni la mia famiglia e non ha mai avuto dubbi sulla nostra rettitudine...
Andiamo avanti. Cosa fece dunque il Rossi?
Gli consigli di fuggire.
Il conte Barbo aggrott la fronte:
Perch? chiese.
Perch credette che mio figlio fosse lassassino.
Quali prove aveva questo Rossi?
Nessuna, Eccellenza. Ma sapeva della ruggine tra me e i Guoro. E poi, quelle mani lorde di sangue e quel fodero di pugnale...
Il conte lo interruppe.
Un fodero di pugnale, avete detto?
S, Eccellenza, il fodero di quel pugnale che era conficcato nel petto del morto.
Il conte sembr meditare per un istante, poi disse:
Continuate.
Dicevo dunque prosegu il Tasca, che, vedendo mio figlio insanguinato e con quel fodero in mano...
Aveva il fodero in mano? fece il Barbo pensieroso.
S, Eccellenza.
E perch dunque?
Lo aveva raccolto.
Ammettiamolo. Proseguite.
Marco lo guard fisso:
No, Eccellenza, io non posso proseguire.
Raddrizz il busto e lev alta la fronte.
Sembrava un accusatore, non il padre dun accusato.
Spiegatevi, bravuomo disse il conte.
Vostra Eccellenza mi perdoni replic il vecchio, ma  Vostra Eccellenza che deve spiegarsi.
In verit disse il conte mi sembra che teniate uno strano linguaggio.
Il linguaggio che saddice al padre dun innocente.
Non nego che vostro figlio sia innocente. Tuttavia, state attento a ci che vi dico: io sento, badate bene, sento che vostro figlio non  colpevole, ma non ho le prove della sua innocenza. In Consiglio queste prove dovranno esserci. Altrimenti non rispondo della vita di vostro figlio. Le mie impressioni, le mie sensazioni non basterebbero a salvarlo. Io sono un giudice. Finora ha parlato un uomo a un altruomo, a un padre: adesso  il giudice che parla. Voi, che pur non eravate presente allincontro del Rossi con vostro figlio, voi, voi padre, galantuomo s, ma padre, e io non posso trascurare questo che  pi che un semplice particolare, dal momento che voi non dimenticate affatto, n lo potreste, che laccusato  vostro figlio...
Io sono un uomo giusto! grid il Tasca.
Il conte lo guard fisso negli occhi; poi, avvicinandoglisi:
Anchio disse sono un uomo giusto.
Non lo metto in dubbio, Eccellenza, mentre Vostra Eccellenza mette in dubbio che io lo sia.
Voi siete prima di tutto un padre. E se per caso dimenticaste di esserlo, disse il conte scandendo le sillabe, io vi disprezzerei profondamente.
Il vecchio lo guard con ammirazione.
Eccellenza disse, voi non siete un giudice in questo momento: voi siete soltanto un uomo.
Lo avete detto: in questo momento, fece il Barbo. Ma, adesso, ricordatevi,  il giudice che vi parla.
Non lo dimenticher disse il Tasca.
Vi dicevo dunque prosegu Lorenzo che voi affermate che vostro figlio raccolse quel fodero. Quali prove adducete?
Me lo ha detto il Rossi.
Bene, domani si sentir il Rossi. Ecco perch oggi io devo limitarmi a dire: Ammettiamolo.
Il vecchio chin il capo: il ragionamento era stringato.
Ammesso dunque che vostro figlio abbia raccolto quel fodero, continu il conte io vi chiedo: Perch lo ha raccolto?.
Non lo so, Eccellenza.
Male disse il Barbo.
Il vecchio lo interrog con lo sguardo.
S ripet il conte. male. Voi narrate; non spiegate.
Dovrei dunque mentire?
Io non debbo giudicare voi disse il conte. N posso, daltra parte, darvi dei consigli.
 giusto fece il vecchio.
C poi laggravante della fuga.
Eccellenza disse Marco, potrebbe non essere una fuga.
Il conte sorrise stranamente:
Come la chiamereste voi?
Ascoltatemi, Eccellenza. Io sono un povero ignorante e perci vi chiedo: Che cosa avrebbe dovuto fare mio figlio?.
Il conte medit un istante, poil rispose:
Io non posso dirvi quel chegli avrebbe dovuto fare. Ma posso dirvi quel che avrebbe fatto un innocente...
Eccellenza, voi dunque dubitate...
Comprendetemi. Io devo dubitare. Lo si accusa.
Ingiustamente.
Questo si vedr poi. Il giudice dapprima constata, poi sentenzia. Un innocente, dunque, avrebbe subito avvertito la giustizia, o, impietrito dallorrore sarebbe rimasto l, accanto al cadavere.
Mio figlio disse Marco non voleva muoversi.
Perch  fuggito?
Perch il Rossi glielo ha consigliato.
Comunque,  fuggito.
Eccellenza disse il vecchio, egli si  rifugiato in questa casa, nella casa in cui abita la sua fidanzata, nella casa che appartiene a un membro dei Consiglio dei Dieci... Ora io domando: Un colpevole si rifugia forse nella casa di un giudice?.
Un colpevole rispose il conte con uno strano sorriso pu anche essere uno sciocco.
Eccellenza!
E Marco impallid.
Voi disse Lorenzo mi avete fatto una domanda: io vi ho risposto. Ma se credete che la mia non sia stata una risposta abbastanza chiara, io posso aggiungere: un colpevole pu anche rifugiarsi nella casa dun giudice.
Anche se questa casa insist Marco  quella dun congiunto dellucciso?
S fece Lorenzo, anche se questa casa  quella dun congiunto dellucciso.
E perch poi disse il Tasca questo colpevole si sarebbe lasciato arrestare?
Nen vedo che cosa avrebbe potuto fare.
Fuggire.
Dove? Quando? Come? I fanti erano gi in casa, forse altri fanti erano nella calle. Ma mi sembra che voi minterroghiate, bravuomo. Le parti si sono dunque invertite?
Vostra Eccellenza mi perdoni disse Marco. Io non so pi quel che mi dico.
Allora il conte assunse un tono pi amichevole e disse:
Calmatevi, bravuomo.
Gli batt persino una mano sulla spalla.
Sedetevi disse. Siete sfinito dalle emozioni.
Marco obbed automaticamente.
Calmatevi, dunque riprese il conte e cercate sopratutto di non vedere in me un nemico. Anche se non volete considerarmi un amico, ricordatevi che il giudice non ha nemici.
Oh! fece Marco Vostra Eccellenza sa dirmi cose che mi confortano.
Tanto meglio fece il conte. E ora io vorrei rivolgervi una domanda.
Io son qui a disposizione di Vostra Eccellenza.
Bene disse Lorenzo. Vorrei chiedervi: Perch vostro figlio, una volta rifugiatosi in questa casa, non ha subito avvertito i padroni cherano congiunti del morto?.
Marco non rispose subito. Poi, di colpo:
Per non dare unemozione a madonna Clemenza, cugina di messer Alvise.
Presto o tardi madonna Clemenza osserv il conte avrebbe finito col saperlo. Tuttavia, anche dando per buona questa ragione, io non posso fare a meno di chiedervi: Non poteva avvertire me?.
Eccellenza rispose Marco, Annella gli aveva detto che non eravate ancora rientrato.
Doveva cercarmi disse il Barbo.
Dove?
Non gli aveva detto Annella chio ero al Consiglio?
Non saprei, Eccellenza.
Basta cos.
Eccellenza, posso dunque sperare?
Tutti disse il conte sperano. Ma voi dovete aver fede, se sapete innocente il vostro figliolo.
Marco salz, fece un profondo inchino;
Ringrazio Vostra Eccellenza.
Andate pure, bravuomo disse il conte. E ricordatevi che un giudice  un uomo giusto.
Poi gli volse le spalle e si mise a sfogliare alcuni documenti che giacevano sulla scrivania.
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Capitolo 22.
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UN GIUDICE CHE PREPARA LA DIFESA.
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Fu dopo il colloquio con Marco che messer Lorenzo ricevette il biglietto di Sofia, cui rispose nel modo che sappiamo.
Chiam poi Lionello e gli ordin di non disturbarlo per nessuna ragione, avvertendolo che non era in casa per nessuno.
Uscito Lionello, chiuse la porta a doppio giro di chiave e cominci a riflettere.
Bisogna ricostruire i fatti si disse, senza omettere nessun particolare. Allalba un giovane che amoreggia con la mia cameriera trova un cadavere in Santo Stefano. No: procediamo con ordine: allincerto chiarore dellalba egli crede si tratti di un ubriaco. Si curva su di lui, per soccorrerlo e s accorge che luomo, messer Alvise Guoro, cugino di mia moglie,  morto: ha un pugnale piantato nel petto. Si rialza, ha le mani e gli abiti lordi di sangue. Scorge a terra un fodero di pugnale e lo raccoglie. In quel momento compare un tal Rossi, merciaio, amico del giovane, e lo crede autore del delitto.
Gli suggerisce di scappare, ma il giovane non vuole. Poi si lascia convincere e si rifugia in casa mia, dove lo raggiunge, poco dopo, il padre, avvertito dal Rossi.
Arrivano poi i fanti dei Dieci, informati da qualcuno che ha visto il giovane sporco di sangue e col fodero di pugnale in mano accanto al cadavere.
Lo dichiarano in arresto e lo conducano via.
Questi gli atti. Ora le considerazioni.
Perch il giovane ha raccolto il fodero di pugnale?
Ma, prima di tutto, chi  questo giovane?
 un fornaio, da tutti conosciuto per un buon ragazzo. La famiglia? Non ha che il padre: un uomo onesto, laborioso, retto.
Chi  invece il morto? Un patrizio che non godeva buona fama. Ci sono le prove: parecchi duelli con patrizi le cui mogli serano lasciate sedurre da lui. Trentanni, scapolo, lontano dalla politica, ottimo ballerino, ottimo spadaccino. Attaccabrighe? No. E non soccupava degli affari degli altri, n voleva che gli altri soccupassero. dei suoi. Molto amato dalle donne, poco simpatico agli uomini. Giocatore? No. Ubriacone? Neppure. Non era uno stupido, si coltivava, amava le belle arti e le belle donne.
Dunque il giovane ha raccolto il fodero del pugnale. Con quale intenzione?
Istintivamente. Un momento: che significa istintivamente?. Egli ha visto un oggetto e lo ha raccolto. No, non va... Un fodero di pugnale accanto al cadavere dun uomo pugnalato non  un oggetto qualunque che possa raccogliersi cos per curiosit.
Egli dunque lo ha raccolto per esaminarlo, diciamo, Ma lo ha poi esaminato?
Vediamo un po: il Rossi dice daver visto il giovane col fodero in mano, non dice che il giovane esaminasse tale fodero.
Ma ammettiamo per un momento che sua intenzione fosse di esaminarlo. A che scopo avrebbe voluto esaminarlo? Per assicurarsi che fosse proprio il fodero del pugnale piantato nel petto dellucciso.
Ma a questo punto ci si potrebbe chiedere: poteva quel fodero non essere il fodero di quel pugnale piantato nel petto dellucciso?
Assai strano davvero sarebbe stato se a due passi dal cadavere dun uomo pugnalato si fosse trovato il fodere dun pugnale che non fosse quello di cui sera servito luccisore.
Diciamo dunque che quel giovane ha raccolto quel fodero per portarlo ai fanti dei Dieci. Perch non lo ha portato? Perch non ne ha avuto il tempo:  sopraggiunto il Rossi e gli ha consigliato di fuggire. Allora il giovane ha abbandonato il fodero, poich non laveva con s quando  riparato in casa mia, ed  fuggito.
Comunque, perch avrebbe dovuto portare il fodero ai fanti dei Dieci? A questa domanda la risposta c, ed  una risposta logica, coerente: per impedire che altri, mentre egli si recava a denunciare il fatto, simpadronissero del fodero, fodero su cui poteva essere inciso lo stemma del proprietario o qualche altro indizio da cui fosse possibile individuare il colpevole.
Sussiste per un fatto: il giovane  fuggito. Questa fuga potrebbe spiegarsi se fosse stata immediata. Lorrore del sangue, del delitto in s, pu far fuggire un uomo.
Laccusato  molto giovane, non  uomo darmi, non  neppure un filosofo:  un fornaio, forse in vita sua non ha mai maneggiato una spada.  un tranquillo lavoratore, di famiglia pacifica. Il sangue lo impressiona: dovrebbe fuggire, ma... non fugge. O meglio, non fugge immediatamente.
Dunque il sangue non gli fa orrore? Questo non si pu affermarlo. Il fatto chegli sia rimasto sul luogo del delitto non basta per affermare che il giovane non abbia orrore del sangue, che sia insensibile o peggio.
Si potrebbe anzi dire il contrario: la vista del cadavere, del sangue, del pugnale lo ha impietrito, paralizzato.
Se, per,  impietrito, paralizzato, come fa a pensare: Voglio portare il fodero ai fanti dei Dieci?
Egli ha dunque raccolto il fodero senza neppure sapere quello che faceva. I suoi gesti sono involontari o quasi. Egli non ragiona, e, daltra parte, non segue degli impulsi.
 impaurito. Di pi: terrorizzato. Gli si potrebbe far fare qualsiasi cosa. Non  pi padrone di s, dei suoi nervi.
Perci, sopraggiunto il Rossi, egli, dopo una debole resistenza, cede ai consigli del vecchio e fugge.
 un povero fornaio: ignora quasi le leggi; non sa e non comprende che questa fuga  un grave indizio a suo carico.
Ma perch si rifugia in ca Barbo? Il conte Barbo, membro del Consiglio dei Dieci, uno dei tre inquisitori, pu consegnarlo nelle mani della giustizia.
Il giovane non ha forse pensato in un secondo tempo. Diciamo anzi, senza forse, che ci ha pensato solo in un secondo tempo.
Poteva dunque, con la complicit della fidanzata, fuggire ancora. Non lo ha fatto. Non aveva paura della giustizia.
Se non ne aveva paura, perch dunque  fuggito dal luogo del delitto?  evidente: i suoi nervi erano scossi, il Rossi insisteva...
No: una considerazione egli deve aver fatta prima di decidersi a fuggire: una considerazione breve. Gli  tornato in mente il dissidio tra il padre suo e il padre dellucciso. Una sciocchezza: il nobiluomo Giorgio Guoro voleva far demolire la casupola del Tasca; il Tasca, padre del giovane Pietro, si oppose. Ruggine vecchia, ma che la plebe a Venezia, tuttora ricorda. Fu la vittoria di un plebeo su un patrizio.
Bene. Ma se la vittoria fu del Tasca, non poteva sussistere rancore da parte del figlio del Tasca contro il figlio del Guoro.
Il rancore, se mai, poteva sussistere da parte di Alvise Guoro. Il Guoro, diciamo, un po brillo, o di cattivo umore, incontra il giovane fornaio allalba, in una calle deserta e, con una scusa, attacca briga. Dalle parole ai fatti: per difendersi il fornaio uccide il nobiluomo. Questo avrebbe potuto pensare il Rossi? Questo potrebbero domani pensare i Dieci?
Poco probabile. Comunque vediamo: il fornaio reca sul suo corpo tracce della colluttazione? Ch certo il Guoro, giovane e assai vigoroso, avrebbe picchiato sodo. No: il fornaio non reca tracce di percosse: n lividure, n strappi nellabito: niente.
Egli dunque non poteva supporre che la gente pensasse a una lotta tra lui e il Guoro, lotta finita con la morte del nobiluomo.
Il fornaio avr dunque pensato a qualche altra cosa. Quale?
Qui entra in scena la donna: una ragazza, la fidanzata del fornaio. Egli immagina che la gente lo creda geloso.
Il Guoro, frequentando ca Barbo, potrebbe aver insidiato la cameriera ch assai carina.
Il fornaio per sa che ci non  stato. Ma sa egli che i pettegolezzi malignavano sulle frequenti visite notturne del Guoro a... alla ragazza, poich era la ragazza che apriva la porta al nobiluomo?
No. Egli sa solo dun colloquio notturno della ragazza con messer Alvise. Sera perfino ingelosito. Avr parlato di questa gelosia con qualcuno? La cosa si sar saputa nel vicinato. Egli pensa a tutto questo, forse  il Rossi che gli ricorda quel precedente... Il giovane, un po suggestionato, un po, ma non troppo, ragionando su ci che ricorda o che gli fa ricordare il Rossi, fugge.
No c altro contro di lui. La pubblica opinione lo accusa. Ma c una giustizia. La legge non pu colpire un innocente.
?
Il conte Lorenzo salz pallido dal seggiolone e sasciug la fronte madida di sudore.
Poi and alla porta, laperse, suon per il servo e attese.
Lionello comparve.
Avverti madonna Clemenza disse il Barbo che desidero parlarle.
Pass nel suo spogliatoio, si mut dabito e si diresse poi verso lappartamento della contessa.
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Capitolo 23.

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MARITO E MOGLIE.
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Entrando nella camera di madonna Clemenza, il conte saccorse chella voleva mostrarsi disinvolta.
La contessa era infatti innanzi allo specchio e si stava rimirando attentamente. Questa disinvoltura, secondo Lorenzo, era esagerata e di cattivo gusto, poich, dopo tutto, Alvise era sempre suo cugino e Clemenza non aveva mai dimostrato per lui antipatia alcuna.
Egli entr subito in argomento, come faceva sempre quando doveva parlar di cose gravi o comunque importanti; n in quelloccasione, a poche ore di distanza dalla morte di Alvise, avrebbe potuto fare altrimenti.
Egli aveva inoltre questo vantaggio: che non era dovuto a mostrarsi addolorato, e non solo perch Alvise era cugino dei Mocenigo e non dei Barbo, ma anche e soprattutto perch ben sapeva che la moglie non ignorava affatto quali sentimenti egli nutrisse verso il Guoro, innamorato di Sofia.
Inoltre, nonostante le apparenze, ch erano tutti e due uomini di mondo e buoni diplomatici, tra i due cugini non cera mai stata soverchia intimit.
Quanto ad Alvise, prima che il Barbo sinvaghisse di Sofia, non si pu dire che nutrisse antipatia per il cugino: lo ammirava, pur senza invidiarlo, e, non essendo Lorenzo n un pettegolo n un moralista, non aveva mai avuto ragione di lamentarsi di lui.
Che fosse pronto a farsi ammazzare per il terribile inquisitore, questo no; perch troppo diversi erano quei due uomini e, soprattutto, troppo freddo era Lorenzo.
Il Barbo infatti non si confidava mai con nessuno e, logica conseguenza del suo riserbo, non riceveva mai confidenze. Del resto non le cercava. Amici veri, forse, non ne aveva.
Circa i sentimenti, chiamiamoli cos, di Lorenzo per Alvise, la cosa era diversa, assai diversa. Il conte Barbo, entrato giovanissimo nella vita politica, ambizioso come s detto, lavoratore formidabile, non aveva in comune con Alvise Guoro che lamore per le arti belle e lastuzia.
Ma lastuzia del Guoro era unastuzia da salotto, diciamo: piena di stile, non lo si pu negare, ma non geniale quanto quella del cugino.
Questi era addirittura uno stratega: studiava e ristudiava i suoi piani, e raramente improvvisava, non per mancanza di genio, ma perch sempre, o almeno assai spesso, i suoi avversari erano degni di lui: avversari come lui avvezzi a maturare lungamente i loro progetti e amanti non delle schermaglie ma delle battaglie terribili e decisive.
Da quanto abbiamo detto di Alvise, il lettore facilmente comprender come Lorenzo non potesse, senza venir meno ai suoi principi, apprezzare troppo il cugino.
Il Barbo avrebbe preferito averlo avversario nelle dispute politiche, piuttosto che vederlo, non certo infrollito, ma indubbiamente indifferente alla politica, poco, anzi niente affatto ambizioso, gaudente anche se estetizzante, dedito alle donne e ai piaceri in genere.
Il conte Lorenzo, a prescindere da ogni altra considerazione, poteva quindi non curarsi di mostrare la sua indifferenza, se non proprio la sua gioia, per la morte del Guoro.
Senonch questa morte era avvenuta in un modo addirittura tragico. Un pugnale nel petto di un gentiluomo, anche in pieno anno 1507, non era cosa di tutti i giorni.
Il Barbo doveva quindi mostrarsi soltanto impressionato.
Entrando dunque, come abbiamo detto, subito in argomento, messer Lorenzo disse:
Non  il caso, Clemenza, daugurarti il buon giorno. Questo  per te un gran brutto giorno. Io credo di sapere quanto affetto tu nutrissi per tuo cugino. Ben comprendo dunque la tua pena. Tu, daltra parte, comprenderai perfettamente quanto scossi siano i miei nervi.
Clemenza si volt lentamente verso di lui.
Ti comprendo, Lorenzo disse. Ci che  avvenuto  talmente terribile, che in certi momenti mi sembra che non sia possibile.
Infatti disse il conte certe atrocit paiono addirittura impensabili. Io penso che chi si macchia di delitti come questi deve aver prima molto sofferto.
Lassassino replic Clemenza pu anchessere un volgare delinquente.
Un bel giorno, o meglio un brutto giorno disse Lorenzo ci si sveglia delinquenti, anzi volgari delinquenti, come tu dici. Ci non esclude la sofferenza. Il dolore, mia cara Clemenza, non sempre purifica. In certi casi, in alcuni uomini, il dolore porta alla delinquenza. La delinquenza, chiamiamola cos, diventa in questo modo lespressione, lestrinsecazione del dolore. Il dolore ha dettato allAlighieri la Divina Commedia, nonch alcune terribili invettive contro la sua patria, il papato e alcuni uomini del suo tempo; un altro, che non abbia il temperamento di Dante, pu trovarsi, da un momento allaltro, le mani lorde di sangue.
Tutto questo  molto interessante disse Clemenza, anzi molto impressionante. Tu hai citato lAlighieri: permetti che io ti parli di... me?
Di te? fece Lorenzo. Non capisco, ma d pure. Avr sempre qualcosa da apprendere.
Ebbene disse la contessa io non ho scritto la Divina Commedia, ma non mi son neppure, daltra parte, trovata le mani lorde di sangue, tanto per adoperare una tua espressione.
Capisco meno di prima, disse il conte. Vuoi spiegarti meglio, scusa?
Credevo rispose madonna Clemenza con un sorriso amaro che non occorressero altre spiegazioni. Tuttavia, se le desideri...
Francamente... disse il Barbo.
Francamente, Lorenzo, non comprendo questa tua ostinazione.
Ostinazione?
S. Ed  buffa, tassicuro. Ignori forse che io sono infelice?
Un momento disse Lorenzo. Sei infelice oppure soffri atrocemente?
Che differenza c, scusa?
Non occorre che ti spieghi che cosa significa soffrire atrocemente. Quanto allinfelicit, dovrei tenerti un lungo discorso. Ma mi limiter a dirti, sicuro che tu mi comprenderai ugualmente, che una persona infelice, finisce con labituarsi alla sua infelicit, ad adagiarvisi, e, in alcuni casi, persino ad amarla.
Ad amarla, tu dici?
In alcuni casi, ho detto. Aggiungo che c chi si compiace dessere infelice. Una persona infelice  certo assai pi interessante, specialmente presso persone dellaltro sesso, duna persona perfettamente felice. Tu dunque sei infelice: oramai ti sei avvezzata a questa tua infelicit. Non so se te ne compiaci. Potrebbe darsi.
Sei cinico.
Egli non si cur dellinterruzione e continu:
Una persona che soffre atrocemente  invece almeno fastidiosa: spesso  disgustosa, ripugnante. Insomma intollerabile.
Madonna Clemenza lo guard fissamente.
Strani discorsi, i tuoi.
Strani? Dopo la morte di Alvise Guoro questi io li chiamerei discorsi di occasione, di prammatica. Sapresti farne altri, tu?
Ella non rispose; si rigir verse lo specchio e si aggiust i capelli sulle tempie.
Il tuo contegno disse il conte  abbastanza strano. Se fossi uno sciocco, lo qualificherei cinico. Ma credo dessere abbastanza intelligente per capire almeno che avevi per Alvise un po daffetto.
Scusa fece Clemenza, ma anche questi mi sembrano discorsi strani.
Perch non dici: poco opportuni? Ti avvicineresti di pi alla verit. Quanto a me, maccorgo daver peccato dipocrisia chiamando strano il tuo contegno. Avrei dovuto chiamarlo sciocco.
Lorenzo!
Ella si volt inviperita e pareva persino brutta.
Ripeto: sciocco disse il conte.
Ti proibisco...
Lascia stare queste parole.
Sono costretta ad adoperarle dal momento che tu non rispetti neppure il mio dolore.
Egli sorrise.
Il fatto  disse che tu questo dolore non lo dimostri.
C replic Clemenza chi lo dimostra e c chi non lo dimostra, il dolore.
Un luogo comune, ma la verit. Tuttavia, se non lo dimostri, perch pretendi che gli altri lo rispettino? Come si pu rispettare una cosa che non appare?
Credevo che tu lo comprendessi.
Lho compreso, infatti disse il Barbo, ed  appunto per questo che non comprendo come mai tu ostenti una vanit e una civetteria che non ti conoscevo. Perch fingere proprio con me? Oltre tutto, la tragica morte di Alvise ti ha certamente impressionata non poco. Si pu non dimostrare il dolore, ma, ti chiedo, come si fa a non apparire impressionati quando lo si ?
Ella non replic e lo guard con aria beffarda, quasi di sfida.
Capisco egli continu, tu fai un terribile sforzo su te stessa. Ma posso io chiedertene la ragione?
Per non darti la gioia di vedermi in preda a una crisi di nervi.
Egli la guard con disprezzo.
Non ti credevo cos volgare, Clemenza.
Ora diventi anche insolente.
Forse. Ma sei tu che mi costringi ad esserlo. Io non volevo insultarti.  ridicolo che tu ed io ci perdiamo in insulti e in risposte pi o meno mordaci. Noi abbiamo qualcosa di molto importante da dirci.
Lo credi?
E di nuovo madonna Clemenza sorrise beffarda.
Lo credo, s. Del resto te ne convincerai subito. Ma ti confesso che credevo tu comprendessi la gravit della cosa e non fingessi con me. Io so, per esempio, che tu non amavi... bada che parlo damore e non daffetto... tu non amavi Alvise Guoro.
Ella impallid.
Perch mi dici questo?
Perch non dovrei dirtelo?
 inutile.
No egli disse, e ora appariva invecchiato di dieci anni. No.
Tacquero entrambi. Poi fu lui a rompere il silenzio:
La verit egli disse lentamente non  mai inutile.
Si diresse, un po curvo, come faticosamente, verso la porta e laperse. Ma sulla soglia si ferm, gir appena il capo e:
Ma niente scandali, ricordati disse.
Poi usc e chiuse dolcemente la porta dietro di s.
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Capitolo 24.

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EGLI SA.
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Dopo un istante di perplessit Madonna Clemenza gli corse dietro.
Il conte camminava lento nel corridoio semibuio; ella gli disse:
Voglio che tu parli.
Lorenzo la guard stupito, senza alcun rancore: si ferm e stette l, in silenzio, quasi rispettoso, come se una dama da lui poco conosciuta, gli avesse detto che desiderava parlargli.
Madonna Clemenza non scorse, data loscurit, quasi completa, un sorriso lievemente ironico sulle labbra del marito.
Il Barbo era immobile, pareva attendesse una parola di lei, magari un ordine, o almeno una preghiera.
Quel silenzio la esasperava, la ossessionava.
Ebbene? ella disse.
Cosa? fece lui, e la sua voce era perfettamente normale.
Ella pens per un istante:
Mi sembra daver sognato, Alvise non  morto, io sono una sciocca ed ho sognato, tutto  come prima. Che sciocca, che sciocca!.
Ma non fu che un istante. Lincubo continuava: non incubo, ma realt.
Perch, perch tanta normalit in lui?
Gli si avvicin di pi. A bassa voce chiam:
Lorenzo!
Come se egli dormisse, con precauzione, cio senza alzare la voce, anzi con voce pi bassa, quasi soffocata, ripet:
Lorenzo!
Egli per non si scosse come chi si desti: egli vegliava l nel buio, attento, vigile.
Ella ne ebbe paura, indietreggi dun passo, perse la testa, disse:
Tu mi spii?
Egli esclam:
Che stupida sei tu, Clemenza!
A lei parve chegli sorridesse; ma forse singannava; in quella semioscurit non vedeva distintamente il viso di lui: immaginava solo sorrisi, smorfie, occhi spalancati, inesorabilmente spalancati su un mondo che le apparteneva, un mondo chella voleva dimenticare, ma chera suo: un mondo di vendetta e di perdono, la vita passata e la vita nuova.
Ella non replic alle parole di lui. Egli non comprendeva, non poteva comprendere.
Quelloscurit era come una barriera tra loro: egli era attento, ma cieco. Il peccato, poi la vita nuova...
Occhi spalancati, ma senza luce. Oh, s, egli avrebbe voluto vedere, ma non poteva, non poteva...
Fu lei adesso a sorridere:
 Io so pens, io vedo in profondit: peccare, poi avere fede in s, nella possibilit di redimersi....
Ma le parve, a un tratto, che quelluomo, cieco ma inesorabile, fosse l per abbattere il mondo che con grande fatica ella stava per ricostruire... Un senso di ribellione la invase: di ribellione contro il destino.
No disse tra s, Alvise non doveva morire.
Anche lei come Sofia, pensava che Alvise non doveva morire.
Chi era Alvise? Clemenza non lo amava, Sofia non lo amava: egli aveva parvenza duomo, ma era uno strumento.
Se egli fosse vissuto, Clemenza gli avrebbe gridato sul viso il suo disprezzo.
Stupido! Io non ti amo. Tu non sei la verit. Tu sei il peccato. Io cerco la verit. Stupido! Perch ti sei illuso? Hai peccato per farmi peccare, ma ora io sono in alto, nella luce, mentre tu sei in basso, nelloscurit.
No, egli non doveva morire... Comera possibile, adesso, la vita nuova? Ora il peccato lo strumento del peccato era morto: ella era sola, ora, senza tentazioni...
Disse:
Avevi qualche cosa da dirmi?
Io qualche cosa da dirti?
S, qualche cosa di molto importante.
No.
Me lo hai detto pocanzi.
Infatti.
Ebbene?
Non ho parlato? egli disse, e a lei parve che egli avesse detto:
Non ho illuminato le rovine?
Ma quali, quali rovine? Le rovine del mondo di lei, di quel mondo artificioso di vendetta e di odio, di quel mondo chera crollato da s, come un edificio decrepito, come una montagna di sabbia, e su cui adesso ella voleva ricostruire?
Hai parlato? ella chiese.
S. Ho detto: niente scandali. Lo scandalo poteva esserci, ma poi Alvise  morto. Ora lo scandalo non dovrebbe pi esserci. La vergogna  finita, la commedia  finita,  cominciata la tragedia. Ma niente scandali: lho detto.
Si allontan con passo abbastanza rapido, mentrella rimaneva addossata alla parete.
A un tratto ella non ud pi i passi di lui: era nel buio e nel silenzio, un buio e un silenzio nei quali (Clemenza ricordava le parole di lui) ella cominciava ad adagiarsi come nella infelicit.
Mormor:
Questa  la mia condanna: egli sa.
Ed era immobile, rigida presso la parete, nel buio.
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Capitolo 25.
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I TESTIMONI.
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Poich Alvise Guoro era un patrizio, il Fornaretto doveva essere giudicato dal Consiglio dei Dieci, il famoso Tribunale istituito due secoli prima.
Tra i Dieci venivano scelti i tre inquisitori, e in quellanno uno dei tre era Lorenzo Barbo.
Venne prima sentito messer Felice Rossi, merciaio, di anni 74, nato a Venezia, testimonio oculare.
Testimonio oculare di che cosa? Aveva egli visto il Fornaretto uccidere messer Guoro?
No, Eccellentissimi messeri, io non ho visto Pietro Tasca uccidere il nobilissimo Alvise Guoro. E io non credo che...
Fu interrotto:
Le vostre supposizioni non ci interessano, almeno per ora. Raccontate ci che sapete.
Lorenzo Barbo disse:
Raccontate ci che avete visto.
Ebbene rispose il Rossi Io mi recavo ad aprire la bottega ieri mattina verso le cinque e mezzo, quando in Santo Stefano, a pochi passi dal muro di cinta duna casa che credo appartenga...
Fu di nuove interrotto :
Non vi abbiamo chiesto chi sia il proprietario della casa presso cui fu trovato ucciso il nobiluomo Guoro.
Un altro giudice aggiunse:
Non potevamo chiederlo, dal momento che ignoravamo che il nobiluomo Guoro fu ucciso a pochi passi da una casa.
Un altro disse:
Non lo ignoravamo, poich fu proprio presso una casa che il nobiluomo Guoro venne trovato ucciso dai fanti dei Dieci.
Dobbiamo ignorarlo replic laltro.
Il presidente Bondumier disse a bassa voce al conte Barbo:
Noi, in fondo, sappiamo tutto; ma i testimoni non debbono sapere che noi sappiamo.
Il Barbo lo guard sorridendo:
Infatti rispose noi sappiamo tutto... in fondo, tutto quello che vogliamo sapere.
Al Bondumier sfugg lironia di queste parole, e linterrogatorio continu:
Voi dicevate dunque che il nobiluomo Guoro fu trovato ucciso presso una casa...
S rispose il Rossi. Una casa che conosco bene.
Neppure questo vi abbiamo chiesto, poich la conosciamo bene anche noi.
La conosciamo bene disse il Bondumier, ma questo non vi interessa, non deve interessarvi.
Il Rossi chin il capo e fece un profondo inchino.
Continuate linterrogatorio disse il Bondumier.
Uno dei Dieci si rivolse di nuovo al merciaio e gli chiese:
Il nobiluomo Guoro era disteso per terra?
Noi non dobbiamo chiederglielo, disse Lorenzo Barbo  il testimonio che deve dirci ci che ha visto.
Bene fece linterrogante un po indispettito.
Raccontate dunque ci che avete visto.
Ho visto disse il Rossi il nobiluomo Guoro lungo disteso con un pugnale nel petto. Accanto a lui era il Fornaretto...
Bondumier lo interruppe:
Chi  il Fornaretto?
Il Rossi spalanc gli cechi e rispose:
Vostra Eccellenza non sa chi  il Fornaretto?
Io non debbo saperlo rispose il capo dei Dieci. Anche se lo sapessi, non lo direi a voi. Ditemi dunque chi  costui che voi chiamate il Fornaretto.
Il Rossi sinchin di nuovo e disse:
Il Fornaretto, Eccellenza,  Pietro Tasca, detto Faciol.
Perch dunque lo chiamate Fornaretto?
Non io rispose il merciaio, ma tutti lo chiamano cos.
Non vi  stato chiesto replic il Bondumier, chi lo chiama cos, ma perch voi gli date questo nome. Bisogna distinguere.
Io disse il Rossi lo chiamo cos, perch cos lo chiamano tutti.
Qualche membro dellautorevole Consiglio non pot soffocare il riso.
Continuate disse il capo.
Dicevo dunque che vidi il Tasca accanto al cadavere.
Che cosa faceva? domand Lorenzo.
Nulla. Aveva le mani e le vesti sporche di sangue, e in una mano stringeva il federo di un pugnale.
Il Bondumier prese il fodero, che giaceva su una tavola accanto a un orologio a sabbia, e lo mostr al merciaio.
Lo riconoscete? chiese.
Lo riconosco... cio, io il fodero non lo vidi bene, ma mi sembra...
Il Barbo lo interruppe:
Voi dite: mi sembra. Ci non va. Voi dovete rispondere s o no.
Io  replic il Rossi non posso rispondere n s n no, dal momento che, come ho detto, non esaminai da vicino codesto fodero.
Bene disse il Barbo. Per voi, dunque, questo fodero o un altro fa lo stesso.
Il merciaio guard ancora il fodero esitando:
Egli ricordava e non ricordava gli pareva e non gli pareva. Ma comprese che non cera nulla da aggiungere.
E voi continu il Barbo che cosa faceste quando vedeste Pietro Tasca accanto al cadavere?
Io non feci nulla, ma lo credetti...
Ci che avete creduto non interessa questo Consiglio. Rispondete alla mia domanda: che cosa faceste?
Nulla, ripeto. Ma gli dissi qualche cosa...
Che cosa?
Che era un assassino.
Perch glielo diceste?
Perch credetti...
Torno a ripetere che ci che avete creduto non ci interessa.
Ma... disse il merciaio io non gli avrei detto quel che gli ho detto se non lo avessi creduto colpevole.
Il Barbo si morse le labbra: poi:
Voi gli diceste dunque che era un assassino. Ne avevate le prove?
E come potevo averle se non avevo assistito al delitto?
A questo punto il Bondumier fece un viso feroce.
E c forse bisogno di assistere al delitto per poter individuare il colpevole? Come farebbe dunque questo Eccellentissimo Consiglio a giudicare?
Il Rossi fece il suo terzo inchino, deciso per a non farne pi.
Voi dunque prosegu il Bondumier non vedeste il Tasca uccidere il nobiluomo Guoro.
No, Eccellenza rispose il Rossi. Non vi ho forse detto che arrivai sul luogo del delitto quando il nobiluomo era lungo disteso a terra con un pugnale conficcato nel petto?
Il Bondumier non replic. E fece un gesto al conte Barbo come per fargli capire che spettava ora a lui di continuare linterrogatorio.
Se voi disse il Barbo non faceste nulla, come avete affermato, diceste per qualche cosa.
S fece il merciaio esasperato. gli dissi, come ho gi affermato, che era un assassino.
Parole replic il conte. O, meglio, una parola: assassino. Questo riguarda voi e la vostra coscienza. La vostra immaginazione  considerevole. Ma io vi chiedo se voi diceste al Tasca qualche cosa che possa illuminare questo Eccellentissimo Consiglio sulla persona dellaccusato e sullorigine del delitto.
Al che il Rossi rispose:
Io non so se ci che sto per dirvi possa illuminare in questo senso codesto Eccellentissimo Consiglio. Io dissi al Tasca che meglio sarebbe stato per lui fuggire.
Lo credevate dunque colpevole? chiese il capo dei Dieci.
Si, come ho gi avuto lonore di ripetere.
E vi rendete conto domand il Barbo che, consigliandogli la fuga, vi rendevate suo complice?
Il Fornaretto... il Tasca, voglio dire,  il figlio di un mio buon amico.
Il Bondumier ridacchi:
Per voi vengono dunque prima gli amici? Voglio dire, prima della legge?
In quel momento, disse il Rossi io non pensavo alla legge, n, se ci avessi pensato, avrei potuto fare quella sottile distinzione, dal momento che io ignoro che ci si rende complici consigliando a un colpevole... a un presunto colpevole la fuga.
Il Barbo sospir.
Avete detto egli disse presunto colpevole. Ci sta a dimostrare che voi lo presumevate colpevole, ma non avreste potuto affermarlo.
 cos asser il merciaio. Quelle mani, quelle vesti rosse di sangue e quel fodero di pugnale mi fecero perdere la testa. Appena infatti il Tasca si fu allontanato io mi pentii e qui il Rossi ment senza balbettare e senza arrossire di avergli dato quellinsensato consiglio.
Bene fece il Barbo. Voi chiamate insensato il consiglio dato al Tasca. Potete ripeterlo?
S rispose il Rossi.
E dopo la fuga del Tasca chiese il Bondumier che cosa faceste?
Mi recai nella bottega di Marco Tasca, padre di Pietro per avvertirlo che il figlio sera rifugiato in casa Barbo.
Sapreste voi dirci perch il Tasca si rifugi nella mia casa? chiese Lorenzo.
No. Egli mi disse soltanto che vi si sarebbe recato. Io gli credetti.
Se gli credeste allora, perch non gli credeste quando vi disse di non essere il colpevole? Giacch io credo che egli si sar certamente ribellato al vostro insulto. Noi che vi interroghiamo appunto perch non abbiamo le prove della colpevolezza del Tasca e perch proprio da voi, se non soltanto da voi, desideriamo schiarimenti, non possiamo non qualificare insulto la parola che lanciaste al giovane Tasca.
Questa volta il Rossi aveva una voglia matta di inchinarsi: ma oramai aveva giurato a se stesso...
Infatti egli disse fu un insulto. E se codesti Eccellentissimi Messeri ricordano ci che ho detto pochi minuti fa, non possono aver dimenticato che io ho detto che lo credetti colpevole e non che lo credo tuttora.
E che cosa chiese il Bondumier  avvenuto nel frattempo per farvi mutare parere?
Ho avuto lonore di dire gi a questo Eccellentissimo Consiglio replic il merciaio che quando mi avvicinai al luogo del delitto e vidi il Tasca conciato a quel modo, la vista mi si annebbi e io non fui pi padrone di me stesso.
Tuttavia, voi disse il capo dei Dieci avete mentito almeno una volta.
Vostra Eccellenza mi faccia lonore di dirmi quale volta io abbia mentito.
Un monello disse il Bondumier vi ha visto, poche ore dopo il delitto, parlare insieme con Marco Tasca, padre dellaccusato, dinanzi al palazzo Barbo.
Non lo nego disse messer Felice.
Io non ho detto che voi lo avete negato, poich nessuno ve lo aveva ancora chiesto. Del resto il Bondumier si corresse in tempo, la vostra non  stata una domanda, bens unaffermazione. Voi avete mentito quando, al monello che vi chiedeva se avevano ucciso qualcuno, avete risposto che non ne sapevate nulla.
Eccellenza cominci a dire il Rossi, io non potevo... io non volevo dire a quel monello ci che era accaduto, io confortavo in quel momento un padre disperato...
Disperato? fece il Bondumier. E perch era disperato il padre dellaccusato dal momento che credeva suo figlio innocente?
Eccellenza, per quanto sia certo che il Fornaretto  innocente...
Il capo dei Dieci lo interruppe:
Voi non potete affermare o negare dinanzi a questo Eccellentissimo Consiglio linnocenza di Pietro Tasca.
Vostra Eccellenza mi perdoni. Io non sapevo che non si potesse esprimere dinanzi a questo Eccellentissimo Consiglio la propria opinione.
Il Bondumier divenne rosso di collera, e grid:
Voi non potete, in questa sede, dichiarare colpevole o innocente un uomo che solo questo Tribunale pu condannare o assolvere.
Il Rossi non replic.
Il capo dei Dieci credette di averlo umiliato, e, con una certa soddisfazione, prosegu:
Voi dunque avete mentito, e certamente non senza una ragione.
Questa ragione rispose il merciaio stavo appunto per esporre allEccellenza Vostra, quando ebbi lonore di essere interrotto.
Bene! pens il Bondumier Questo tono non mi dispiace.
Poi, ad alta voce:
Dite, bravuomo, dite dunque.
Io, se ho mentito al monello, non mentisco allEccellenza Vostra.
Non vi capisco fece il Bondumier.
Mi spiegher fece il merciaio. Io non mentisco allEccellenza Vostra quando dico di aver mentito al monello.
Il Barbo non pot fare a meno di sorridere e di ammirare la sottigliezza dialettica di quel merciaio.
Il Bondumier si gratt un orecchio, come soleva fare quando non comprendeva bene qualche cosa e temeva desser preso in giro.
Spiegatevi ancor meglio, bravuomo disse affabilmente, per non mostrare agli altri chera imbarazzato.
Obbedisco disse messer Felice. In quel momento il padre di Pietro Tasca era, oltre che disperato, anche furibondo.
Furibondo?
S, furibondo contro di me, perch non approvava il consiglio da me dato al figlio. Ora, in un momento come quello, Eccellenza, che cosa potevo io rispondere a un moccioso...
Sono proibite le qualifiche disse con autorit il capo dei Dieci.
Che cosa potevo io rispondere a un monello che, per pura curiosit, minterrogava piuttosto insolentemente?
Il Bondumier stette un momento in silenzio, poi disse:
Scrivete: il monello interrog il Rossi piuttosto insolentemente.
Il Bondumier stette un momento in silenzio, poi disse:
Non so che cosa avreste dovuto rispondere: so soltanto che voi non avete detto a quel ragazzo la verit.
 vero ammise il Rossi. Ma ho gi esposto le ragioni che mi indussero a mentire.
Il Bondumier si consult con unocchiata con gli altri membri del Consiglio, poi disse:
Basta cos. Potete andare.
Il Rossi usc, e immediatamente dopo fu introdotta Francesca Brunelli, la donna che dalla finestra aveva visto il Rossi e il Fornaretto parlare concitatamente accanto al cadavere.
Fu posto subito un freno alla sua loquacit di popolana veneziana. Ella, del resto, tranne alcuni aggettivi ed alcune sue considerazioni di cui il Consiglio non tenne alcun conto, giacch si trattava di pure ipotesi campate, come si suol dire, in aria (la Annella era, secondo lei, una civetta, che voleva sposare, o, meglio, farsi sposare dal Guoro, e nel frattempo tener buono il Fornaretto di cui, essendo egli innamoratissimo, aveva gran paura, ecc., ecc.), ella, dicevamo, non raccont che ci che aveva visto.
Dopo di lei venne introdotto il bettoliere che aveva avvertito i fanti dei Dieci.
Costui non aveva nulla: di interessante da dire, se non che aveva saputo trovarsi il Fornaretto in ca Barbo da una vecchietta che era tra la folla assiepata intorno al cadavere del nobiluomo Guoro.
Egli era inoltre un individuo piuttosto taciturno e non si cur neppure di riferire al Consiglio ci che la vecchietta aveva detto a proposito di una donna amata da due uomini e non da tre, come in un primo tempo aveva creduto.
Uscito il bettoliere, comparve dinanzi allEccellentissimo Consiglio tale Marietta Natali in Glauco, madre del monello al quale dal Rossi era stata taciuta la verit.
Costei, tanto loquace col marito e con le vicine, vedendosi davanti a quegli uomini con toga e stola, in quella sala scura e severa, ammutol, sicch a mala pena pot confermare ci che tutti sapevano e che il Rossi stesso non aveva smentito: la domanda del monello e la risposta del merciaio.
Ella non parl neppure della Risona, ma disse solo che, avendo saputo in giro del delitto commesso nella notte e avendo immaginato che il Fornaretto, che tutti accusavano, si trovasse in ca Barbo, si era recata a fare la sua brava dichiarazione.
Queste cose, veramente, ella, pi che dirle, le balbett.
Furono poi sentiti successivamente il sacrestano e il gondoliere Momo.
Nulla pot dire di nuovo il sacrestano; e nulla, purtroppo, pot aggiungere Momo, se non che credeva innocente il Fornaretto: affermazione alla quale fu risposto con la ormai nota formula:
Ci che pensate non cinteressa.
Quel la sera il Barbo ritorn a casa molto stanco: non si rec neppure nella camera della moglie e si diresse invece verso quella di Annella.
Alla fanciulla comunic che sarebbe stata interrogata lindomani. Non aggiunse altro.
Ella fece per chiedergli qualche cosa, ma con un gesto il conte le ingiunse di tacere. Uscito dalla camera di Annella, Lorenzo si rec nella sua e si gett sfinito sul letto.
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Capitolo 26.

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BONDUMIER E IL FORNARETTO.
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Bondumier aveva velleit letterarie: da qualche mese egli scriveva le sue memorie.
Il 19 febbraio dellanno 1507 egli scrisse nel suo voluminoso quaderno:
...e volli vedere da solo questo famoso Fornaretto, da tutti detto Faciol. Egli si chiamava Pietro Tasca, ed era figlio di Marco, un fornaio burbero e violento.
Dir prima qualche cosa del padre.
Questo Marco aveva avuto una giovent avventurosa: molte donne, molti debiti, molti nemici. Amava solo il figlio, poich questi non lo contraddiceva mai. In fondo non era un uomo interessante. Un gaudente, specialmente un gaudente vecchio e per di pi fornaio,  raramente interessante.
Il Fornaretto invece merita tuttaltro discorso.
Volli vederlo il giorno dopo quello in cui era stato interrogato e mi recai nella secreta nella quale era rinchiuso da quattro giorni. Era un bel ragazzo, ma non mi piacque. Aveva sguardo fosco, fronte bassa e qualche cosa, in tutta la fisionomia, che denotava il delinquente nato.
Entrai subito in argomento. Avrei preferito studiarlo sotto tutti gli aspetti, questo giovane criminale; ma mi accorsi subito che egli non poteva offrire alcun interesse a un uomo della mia levatura e della mia sensibilit.
Mi trovavo di fronte a un assassino: un assassino volgare, non un raffinato.
Gli chiesi se amasse il sangue; mi guard sbalordito e poi rispose:
Eccellenza, io sono innocente.
Che cosa potevo fare se non ridere?
Risi infatti e continuai:
Che cosa amate dunque?
Eccellenza egli rispose, io amo mio padre e la mia futura sposa. Ma soprattutto io amo la verit.
Questa risposta non me laspettavo davvero. In fondo egli doveva essere stato istruito a dovere da qualcuno che gli aveva consigliato di sbarazzarsi del Guoro.
A questo punto dir che il Guoro era un gentiluomo perfetto, vero cavaliere senza macchia e senza paura. Si parlava molto, in quel tempo, a Venezia, dellarte che il Guoro possedeva di ammaliare le donne.
Egli era un ammaliatore, dir dunque, non un volgare seduttore come il Fornaretto voleva darmi ad intendere.
Dissi al ragazzo:
Basta con le chiacchiere. Veniamo al sodo.
Egli replic:
Vostra Eccellenza non ha che da interrogare.
Allora io gli chiesi che cosa pensasse della sua fidanzata; e lui:
Eccellenza,  una ragazza onesta. Nellinterrogatorio che ha subto ieri, ella si  accusata, o meglio, ha dichiarato di aver amato messer Alvise Guoro, ma questa dichiarazione non fa che rafforzare i miei sospetti.
Di quali sospetti intendete parlare?
Io credo rispose il Fornaretto che messer Alvise Guoro abbia insidiato qualche nobile dama, la quale, dopo il delitto, si sar immediatamente recata dallAnnella per scongiurarla di non fare il suo nome.
Allora io, che avevo voglia di ridere, chiesi:
 come avrebbe potuto lAnnella fare il nome di questa nobile dama?
Evidentemente la mia fidanzata, cameriera in una casa patrizia, aveva dovuto sentir dire qualche cosa dai suoi padroni o dalla servit circa gli amori del Guoro, e forse proprio in casa Barbo il Guoro si sar incontrato con qualche nobile dama e lavr corteggiata. LAnnella se ne sar accorta, e il Guoro avr pensato di servirsi di lei come intermediaria.
E la ragazza io dissi a questo punto, dominando la mia ilarit si sarebbe prestata a un gioco pericoloso quanto spregevole?
Il Fornaretto mi guard con quei suoi occhi neri da delinquente e rispose:
La mia fidanzata  una ragazza tanto timida quanto ingenua. Inoltre il Guoro lavr minacciata. Non so che cosa egli abbia potuto dirle, n so di quali mezzi si sia servita la dama per piegare la fanciulla. Su una ragazza povera e, come ho detto, ingenua come lAnnella, una gran dama esercita sempre un fascino irresistibile...
Concludete io gli dissi piuttosto seccamente.
Ne avevo abbastanza di quel colloquio.
La cosa, buffa in sostanza, cominciava ad apparirmi fastidiosa. Io sono uomo di poche parole e non amo le storie che siano parto di pura fantasia. Un giorno scriver un saggio sulle novelle del Boccaccio: le demolir.
Il Fornaretto non smetteva di guardarmi con quella sua aria sfrontata e pavida al tempo stesso.
Dovetti ripetere:
Concludete:
Egli replic:
Ieri, quando fui interrogato dal Consiglio riunito, dissi che ero innocente, che non nutrivo alcun rancore contro il Guoro, che il Guoro non aveva mai n corteggiato n insidiato la mia fidanzata, e che quel po di ruggine che cera stata tra il padre di messer Alvise e mio padre non aveva mai avuta alcuna influenza su di me. Ai tempi del dissidio tra mio padre e il nobiluomo Giorgio Guoro, io non avevo che quattro anni. Il dissidio, del resto, fu presto composto, grazie alla giustizia, e mio padre, se ne parlava, non ne parlava certo con me che ero ancora un bambino. Poi gli anni passarono e mio padre mi parl del fatto come di una cosa remota, quasi dimenticata. Dissi anche che avevo raccolto il fodero del pugnale istintivamente, senza sapere quello che facevo. Quando il Rossi mi consigli di fuggire, io mi ribellai violentemente: tutto questo lho detto. Non avete voluto credermi, ma io sono sicuro che domani prima della sentenza, qualcuno o qualche cosa prover la mia assoluta innocenza.
Io gli dissi:
Questa non  una conclusione. Voi non fate che ripetere ci che avete detto ieri.
Che cosa potrei aggiungere?
Scoppiai in una risata che echeggi sinistramente tra le pareti umide della secreta.
Ah, ah! vi ho dunque colto in fallo! esclamai, e confesso che, da quel leale uomo che sono, non potevo nascondere la mia soddisfazione.
In fallo? balbett il giovane delinquente, chinando gli occhi e poi il capo.
S io dissi. Avete affermato che niente potreste aggiungere, mentre avete aggiunto che credete che il Guoro abbia insidiato qualche nobile dama...
E il delinquente mi interruppe:
Messere! egli grid Io stavo per dirlo, ieri, ma voi, proprio voi me lo impediste, dicendomi che le supposizioni e le ipotesi, specialmente le supposizioni e le ipotesi di un accusato e, avete aggiunto, di un accusato che risponde al nome plebeo di Pietro Tasca, non interessano lEccellentissimo Consiglio dei Dieci!
Quella sfrontatezza non mi fer: le parole di un volgare delinquente, la sua voce insopportabile, il suo tono insolente, possono forse ferire un Bondumier?
Ma non nascondo che egli, non mortificando me, ma la morale, mi dava un insopportabile fastidio, come di insetto nocivo.
Voi mentite! gridai.
E uscii senza neppure voltarmi indietro.
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Capitolo 27.
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LA SENTENZA.
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Tutto il Consiglio era riunito. Sopra un piccolo trono era il Doge, in abito di velluto cremisi e con la cintura dorata.
I consiglieri del Doge, in numero di sei, sedevano cos ripartiti: tre alla sua destra e tre alla sua sinistra.
Avevano toga rossa e stola nera. Dinanzi al doge, in seggi pi bassi del suo trono, sedevano i Dieci, in toga e stola nera, tranne tre, che avevano toga e stola rossa ed erano gli anziani.
Vera inoltre il Segretario del Consiglio accanto allAvogadore del Comune, anchegli in toga e stola rossa.
La seduta si apr con la seguente lettura che fece il segretario del Comune:
Serenissimo Principe, Eccelso Consiglio. Ecco il sunto del costituto sullomicidio del nobiluomo Alvise Guoro.
Pietro Tasca, di anni 20, fornaio, nato a Venezia da Pietro e da Marianna Giosatti, venne, cinque giorni or sono, dalla pubblica voce accusato come autore dellassassinio.
Catturato e tradotto dinanzi al Collegio, comparve tutto turbato e con labito ancora sporco di sangue.
Il merciaio Felice Rossi, di anni 74, nato a Venezia, il sacrestano della Chiesa di San Benedetto, tale Francesca Brunelli, il gondoliere Momo Dolfin, sopraggiunti per caso sul luogo del delitto, lo trovarono ancora accanto al cadavere.
Egli aveva inoltre nella destra un fodero di pugnale che combacia perfettamente con la lama micidiale trovata nella ferita.
Oltre a questi, altri indizi morali stanno a carico dellaccusato.
Da gran tempo il padre suo nutriva contro il nobiluomo Alvise Guoro un sordo rancore, giacch molti anni fa il defunto nobiluomo Giorgio Guoro, padre del nobiluomo Alvise, aveva avuto a che dire con lui.
Questo rancore del padre dellaccusato, a poco a poco mutatosi in odio profondo, fu dal padre stesso inculcato al figlio.
Allantica avversione si aggiunse di recente la gelosia per una tale Anna Bertoni, cameriera in ca Barbo.
Interrogata, la suddetta Anna Bertoni confess di aver amato messer Alvise Guoro, destando cos la gelosia e il furore dellaccusato.
A questo concorso di circostanze danno nuova forza la fuga dellaccusato dal luogo medesimo del delitto, fuga terminata in ca Barbo, e la confessione sua.
Eccellentissimi messeri disse allora Bondumier, io propongo che si passi ai voti.
Si lev allora Lorenzo Barbo, pallido come non mai.
Messeri egli disse, la vita di un uomo  cosa sacra: non dobbiamo precipitare un giudizio che sar poi irrevocabile.
La vita del nobiluomo Alvise Guoro era ugualmente sacra disse Bondumier. Il processo non pu avere che un esito.
Quale?
E voi me lo chiedete, messer Lorenzo? Non sapete voi che la Legge non ammette eccezioni?
Il delitto di quellinfelice disse il conte Barbo non  abbastanza provato. Convengo che alcuni indizi, alcune prevenzioni sono a suo carico, ma si sono omesse molte cose che starebbero a suo vantaggio. Non  questa la prima volta che le apparenze ingannano; n credo lecito di concludere da ci che pu essere ci che fu.
Io fui presente al processo e osservai quindi attentamente il contegno del giovane Tasca. Convengo, messeri, Eccellentissimi, che cera un po dimbarazzo nelle sue parole, ma la sicurezza del suo sguardo sereno, la sua voce stessa parlano in sua difesa.
No, Eccellentissimi messeri, no, quella non  la voce di un assassino, quello non  lo sguardo di un assassino.
Qualcosa mi dice che egli  innocente:  una voce intima.
Il Bondumier lo guard piuttosto seccato.
Egli pensava alle sue memorie, a ci che aveva scritto il giorno prima sul Fornaretto.
Ci che io ho scritto pensava passer alla storia.
Disse:
Passiamo ai fatti.
E Lorenzo:
I fatti? Quali sono i fatti abbastanza concludenti che lo dimostrino reo? C,  vero, quel fodero di pugnale che aveva in mano quando il Rossi e la Brunelli lo videro e che egli fuggendo, lasci poi cadere accanto al cadavere.
Ma questo non  che un indizio, non una prova. Egli pu averlo davvero raccolto da terra, come asserisce, o pu appartenere ad altro pugnale. Quante cose non si somigliano? Potrei formare cento supposizioni ugualmente probabili in sua difesa, quanto  quella che costituisce il fondamento principale dellaccusa.
Egli fu trovato accanto al cadavere, turbato, le mani e le vesti lorde di sangue?  vero.
E vi sembrano questi, Eccellentissimi messeri, indizi sufficienti per crederlo reo? Lassassino, Eccellentissimi Messeri, non resta accanto al corpo della sua vittima, ed ha premura di cancellare le tracce del suo delitto.
Ma egli disse Bondumier  fuggito.
S disse il Barbo, ma dopo i consigli del Rossi, dopo essere stato visto dalla Brunelli.
Nobiluomo disse il Bondumier, voi create delle supposizioni, e noi invece abbiamo dei fatti.  un fatto la voce pubblica che lo grida colpevole; sono fatti le testimonianze giurate di coloro che sopraggiunsero sul luogo del delitto e scorsero laccusato accanto al cadavere;  un fatto il rancore che la sua famiglia nutriva contro la famiglia dei Guoro. Da questi fatti bisogna partire per interpretare nel modo pi logico le circostanze che voi tentate di volgere in un senso sforzato e non naturale. Avete altro da aggiungere? Cose molto pi urgenti reclamano il nostro tempo.
Non vedo che cosa valga quanto la vita di un uomo.
E tanto vi sta a cuore la vita di un popolano, e cos poco vi commuove la morte di un patrizio vostro congiunto? Troppo frequenti, nobiluomo, sono questi mostruosi attentati: io dico che bisogna dare un esempio.
Se si dovesse dare un esempio di severit, bisognerebbe prima deprimere larroganza di molti che espongono il patriziato allodio di tutti.
Bondumier si gratt un orecchio.
Questo disse dopo aver riflettuto per un momento non  il luogo pi adatto per discutere sulle virt o su quelli che voi chiamate difetti...
Non difetti disse il Barbo, ma vizi o peggio.
Questo linguaggio, messere, disse il capo dei Dieci, non si addice a un Barbo. Comunque, voi potete fare una sola cosa: negare il vostro voto alla nostra sentenza.
La vostra sentenza? La vostra personale sentenza o la sentenza dei Dieci? Voi, messere, sapete di avere come me un voto solo.
Bondumier soffocava dalla collera:
Si vada ai voti.
S dissero parecchie voci, ai voti!
Lorenzo stese una mano verso il Bondumier:
Eccellenza grid, non il Tasca, ma un altro  colpevole di aver assassinato il nobiluomo Guoro.
Voi lo sapete? chiese il Bondumier.
Io lo so, lo affermo, lo ripeto.
Conoscete il colpevole?
Lo conosco.
Il Bondumier, da rosso che era, divenne pallido come un morto.
E le memorie? pensava Dovr bruciare quelle pagine... Del resto nessuno le avr lette... A meno che quella pettegola di mia moglie non le abbia gi lette e non sia andata a mostrarle in giro....
Se lo conoscete... balbett il capo dei Dieci se lo conoscete... perch dunque non lo denunziate?
Il Barbo, lentamente, ma senza esitare, rispose scandendo le sillabe e guardando negli occhi il Bondumier:
Lo denunzier.
Diavolo! pens il capo dei Dieci costui fa sul serio!.
Vi ascoltiamo, nobiluomo disse ad alta voce.
No disse il Barbo, non a voi io dir il nome del colpevole. Voi tutti siete prevenuti. Vi manca la serenit, lobiettivit necessaria per giudicare. Neghereste tutte le prove...
Il Bondumier si lev in piedi:
Mi sembra, nobiluomo che voi ci insultiate.
Voi lo credete, ma io non vinsulto, no: io constato. Voi, piuttosto, avete offeso la verit. Non volete riparare...
La condanna non  stata pronunziata. Per il colpevole ha confessato disse il Bondumier, e, a mano a mano che parlava, alzava di pi la voce e saccresceva il suo pallore, ha confessato, capite!
S grid il Barbo, ma tra le torture pi atroci! Chi avrebbe resistito a quelle toriure? Mani, braccia, gambe attanagliate... Ferri roventi sotto i piedi... A ventanni, messeri, a ventanni, quando sama la vita, quando la vita promette forza, amore, lavoro, a ventanni, messeri, si vuol vivere, si rifugge dalla sofferenza, si crede nella misericordia degli uomini... Lho visitato stamattina, dopo la tortura, laccusato, nella sua segreta. Giaceva mezzo svenuto sul suo lettuccio... Gli ho accarezzato la fronte, e lui, con gli occhi socchiusi, ha sorriso, ha pronunziato a fior di labbra un nome, il nome della donna amata: Annella... Che cosa significa, questo, messeri, se non che laccusato  convinto dellinnocenza della fanciulla...
Il Bondumier linterruppe con un sorriso cattivo:
Linnocente fanciulla, messere disse ironicamente, linnocente fanciulla ha confessato daver amato il nobiluomo Guoro.
Il Barbo non si perse danimo:
 vero disse. Ma conoscete voi le ragioni della sua confessione?
Noi replic il capo dei Dieci, non dobbiamo conoscere le ragioni della confessione dun accusato o dun testimonio. Voglio dire che non siamo dovuti a conoscerle.
Ma disse Lorenzo se ci fosse qui tra noi chi le conoscesse?
Avrebbe dovuto dirle rispose il Bondumier. Perch ha taciuto?
Lorenzo ebbe un sorriso amaro.
Per lo stesso motivo per cui la fanciulla ha compromesso se stessa.
 dunque un motivo assai grave?
Gravissimo.
E disse il Bondumier sareste voi, messere, quello tra noi che conosce il perch della... falsa, dite voi, dichiarazione della fanciulla?
Io, s.
E la fanciulla prosegu Bondumier conosceva, quando ha fatto quella dichiarazione, il nome del colpevole?
No rispose Lorenzo e lo ignora tuttora.
C, nobiluomo, oltre a voi qualcuno che conosca il nome di colui che voi asserite essere il vero colpevole?
Senza esitazione alcuna Lorenzo rispose.
No.
C almeno qualcuno che lo suppone?
S.
Chi  costui?
Pietro Tasca.
Un brivido percorse lassemblea.
Possibile? mormor Bondumier.
Uno dei Dieci interloqu chiedendo:
E perch non ha comunicato a codesto Tribunale la sua supposizione? Forse perch non ne ha le prove?
Il Barbo sorrise:
Avrebbe potuto averle rispose.
In che modo?
Fuggendo disse chiaramente Lorenzo.
Fuggendo? E forse la sua fuga avrebbe provato la colpevolezza dellaltro?
S disse il Barbo, giacch il colpevole stesso gli ha proposto la fuga.
Questo disse a questo punto il Bondumier non sarebbe bastato a provare la colpevolezza di colui che ha proposto allaccusato di fuggire. Quasi certamente il suo nome sarebbe rimasto sconosciuto, o, comunque, sarebbe stato da noi giudicato reo di complicit nella fuga, e non nellassassinio del nobiluomo Guoro.
Ma il Barbo replic:
Vingannate, nobiluomo Bondumier. Perch il vero colpevole si sarebbe sacrificato.
Sacrificato? fece il Bondumier. Son dunque tutti pronti a sacrificarsi? Laccusato, la fanciulla, quello che voi dite essere il vero colpevole...
Il mondo disse il Barbo  pieno di malvagi e di buoni, ma tra questi ultimi io non pongo certo il vero colpevole, bench sarebbe stato, com tuttora, pronto a sacrificarsi per linnocente ingiustamente dalla pubblica voce e da voi accusato e implicitamente condannato.
E perch dunque chiese il capo dei Dieci dopo un non breve silenzio laccusato non  fuggito?
Non ha voluto rispose Lorenzo, e una tristezza infinita si dipinse sul suo pallido viso.
E perch non ha voluto?
Perch aveva, ed ha tuttora, fede nella giustizia degli uomini.
Bondumier non replic. Poi, a un tratto:
E questo colpevole?
Cosa? fece Lorenzo sussultando.
Questo colpevole perch non viene in persona ad accusarsi?
Per non compromettere lonore di una donna.
Il Bondumier incominciava a non capirci pi nulla, ammesso che vi avesse, prima, capito qualche cosa.
E questa donna... disse.
 una gran dama rispose Lorenzo.
E il vero colpevole preferisce far giustiziare un innocente piuttosto che confessare la sua colpa e compromettere quindi, come voi dite, lonore di una gran dama?
Lorenzo guard fisso il capo dei Dieci, poi gett unocchiata a tutta lassemblea; finalmente i suoi occhi si fissarono sulla nobile figura del Doge. Lev quindi gli occhi al cielo e disse:
Il colpevole crede anche lui nella giustizia degli uomini e osa ancora sperare nella misericordia di Dio.
Bondumier lo guard stupito: non tanto le parole quanto la voce del Barbo lavevano impressionato.
Nobiluomo disse, il vostro contegno mi stupisce. Concludete... la vostra difesa.
Lorenzo sorrise: era un sorriso indefinibile quello che lo illuminava tutto, in quel momento.
Non  una difesa replic  unaccusa. Vi chiedo, nobiluomo Bondumier, dindicarmi la persona alla quale io possa confidare il nome del colpevole.
Confidatelo al Collegio degli Avogadori.
Immediatamente?
Immediatamente, s.
Chiedo mezzora di tempo.
Accordata.
Lorenzo sinchin e usc con lAvogadore del Comune.
Un mormorio corse per lassemblea. Qualcuno disse che il Barbo esagerava, approfittando della fiducia che gli accordava il Doge. Un altro si dichiar del parere che il gesto di Lorenzo non era che un artificio abbastanza ingegnoso per salvare il Fornaretto, da lui sfacciatamente protetto, e imporre cos al Tribunale la sua opinione.
Troppo, disse un terzo, era la tracotanza del Barbo: egli non seguiva la procedura normale.
Un quarto disse invece che la procedura non era comunque irregolare, anche se era indubbiamente eccezionale e non tale, certamente, da applicarsi in un processo a carico di un oscuro fornaio; ma che il conte Barbo amava i colpi di scena. Forse egli non era affatto convinto dellinnocenza del Tasca, ma poich aveva, per chi sa quali ragioni, preso a proteggerlo, ora voleva salvarlo a tutti i costi.
Dissero che era un violento, un temperamento passionale, mentre il Bondumier pensava alle sue memorie e il Doge, come tutti i deboli che abbian dovuto cedere al pi forte, si sentiva ribollire il sangue allidea che il Barbo tramava chi sa che cosa per salvare quello stupido ragazzo: alla fine, pensava il Doge, il colpevole non sarebbe venuto fuori, ma il fornaio sarebbe stato assolto, ch il Barbo, quando ci si metteva, era addirittura diabolico. In verit dellassoluzione o della condanna del fornaio al Doge importava in fondo molto poco, per non dire niente affatto; ma il fatto  che il Barbo avrebbe ancora una volta vinto.
No si disse il Doge, questa volta non deve vincere. Del resto ci sono tutte le prove della reit di quel monellaccio.
In quel momento il Bondumier, chera sempre stato invidioso del Barbo e che, bisogna dirlo a sua discolpa, era sinceramente convinto della colpevolezza del Fornaretto, si avvicin al Doge e con lui parlott per qualche minuto a bassa voce.
Il capo dei Dieci ritorn poi al suo posto e, rivolgendosi allassemblea:
Il tempo passa disse. E consult lorologio a sabbia accanto al quale, sulla tavola, era sempre il fodero del pugnale che aveva ucciso il Guoro.
La mezzora  quasi trascorsa. Io dico: Ai casi urgenti pronta sentenza. Vogliamo noi aspettare lintromissione degli Avogadori?
No! disse a una voce lassemblea.
Bondumier parve soddisfatto.
E io prosegu come capo dellEccelso Consiglio dei Dieci, dico ancora: Il Consiglio dei Dieci non deve ad alcuno ragione dei suoi decreti.
Giustissimo! si disse.
E si disse anche:
Questa  dignit di magistrato.
E si disse perfino:
Viva il nobiluomo Bondumier!
Il capo dei Dieci arross di gioia e continu:
Nella mia qualit di capo di questEccelso Consiglio, io mi chiedo e vi chiedo, Eccellentissimi Messeri : Si deve o non si deve passare ai voti?
E tutti a gran voce: |
Ai voti! Ai voti!
Il doge, sul suo tronetto, non disse nulla; pensava:
Cos il Barbo capir che non  pi il caso di fare il prepotente, che il troppo  troppo e che, anche quando taccio, il Doge sono sempre io.
Intanto il Segretario aveva raccolto i voti nel bossolo e, dopo averli contati, aveva detto:
A morte!
Il doge rimase indifferente. Che glimportava? Glimportava solo che Lorenzo non aveva vinto, chera stato anzi sconfitto, e clamorosamente.
Il Bondumier, trionfante, ordin al Segretario di chiudere il processo, e gli altri membri si abbandonavano ai pi frivoli commenti sulla sconfitta del Barbo.
E il Segretario scrisse:
Su di che il Serenissimo Doge unitamente allEccelso Consiglio decret che il colpevole sia punito a morte fra le due colonne della Piazzetta.
Mostr poi lo scritto al capo dei Dieci, il quale, lettolo, ordin di consegnare lordine al capo dei fanti.
Il Segretario suon; il capo dei fanti comparve. Gli fu dato il decreto e quegli, dopo essersi inchinato al doge, al Bondumier e una terza volta a tutto il Collegio, usc.
CONCLUSIONE
Il Fornaretto dormiva nella sua secreta, sognando di Annella e invocandola a fior di labbra. A un tratto sent una mano brutale pesargli sulla spalla: accanto allimmagine di Annella, tra veglia e sonno, rivide allora, confusamente, la camera della tortura, le braccia muscolose dei carnefici, i ferri roventi; rivide se stesso, seminudo, urlante, sanguinante, piagato, fra quattro uomini giganteschi... E al disopra di lui, come in piena luce, Annella... La invit ancora:
Annella...
A un tratto gli parve che la mano, gi pesante sulla sua spalla dolente, gli stringesse questa come in una morsa e:
S! grid, spalancando gli occhi S, sono stato io, lho ucciso io, lasciatemi, basta!
Poi vide il carceriere accanto alla porta; luomo che gli aveva posto la mano sulla spalla gli era sconosciuto.
Ud mormorare qualche cosa, si volse a destra e scorse un frate.
Figlio mio! disse questi. E non aggiunse altro. Guardava fisso il Fornaretto e non pregava pi. Poi abbass il capo, gli occhi, riprese a pregare, sallontan dun passo, e al Fornaretto sembr dudire un singhiozzo soffocato.
Luomo accanto a lui gli disse:
Alzatevi.
Aveva una strana voce roca, e a Pietro parve altissimo, smisurato.
Il Fornaretto salz: guardava un po il frate, un po il carceriere.
Questi era immobile accanto alla porta. Laltro disse anche:
Seguitemi.
Il Fornaretto si diresse verso la porta. Ud il carceriere dirgli:
Addio, ragazzo!
Allora Pietro si commosse, gli batt una mano sulla spalla. Il carceriere chin gli occhi, come vergognoso.
Non  colpa tua disse il Fornaretto.
Poi segu luomo, accompagnato dal frate che pregava.
Quando giunse nella Piazzetta vide unimmensa folla assiepata intorno a un patibolo. Egli cerc con gli occhi in quella folla qualcuno; poi disse:
Dov mio padre?
Gli rispose il frate:
Egli non sa.
Non deve vedere disse il Fornaretto. Non voglio.
Il frate disse:
Non vedr, figliolo.
Pietro sal allora il patibolo col frate e luomo altissimo.
Inginocchiati, figliolo disse il frate.
Il Fornaretto singinocchi e preg insieme col frate. Luomo altissimo era immobile accanto a lui, le braccia incrociate.
Quando Pietro ebbe finito di pregare, ud una voce:
Su di che il Serenissimo Doge unitamente allEccelso Consiglio decret...
Il fante dei Dieci leggeva, rigido, le mani appena tremanti.
Pietro guardava la corda, pensava: Padre mio, perdonatemi; Annella, perdonatemi; tutti, tutti perdonatemi.... Poi la corda gli parve improvvisamente piccola piccola, una cosa proprio meschina, come per un gioco da bambini...
Uno, nella folla, disse:
Guardalo, sorride.
E un altro:
 un cinico.
E un terzo:
No, un incosciente.
Ma che incosciente e incosciente!  un cinico, vi dico.
Un fanciullo mormor:
Mamma...
La madre gli diede un colpetto sulla nuca:
Sta zitto, lasciami vedere...
Il Fornaretto ripeteva:
Tutti, tutti, perdonatemi....
Luomo altissimo si dava un gran da fare, il frate pregava sempre, il fante dei Dieci, ai piedi del patibolo, guardava in alto, ma pi in alto della forca, assai pi in alto, per veder solo lazzurro purissimo del cielo.
...
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...
Quando Lorenzo Barbo, seguito dallAvogadore del Comune, rientr nella sala del Consiglio, dalla finestra aperta sud una voce nella piazza dire:
Sentenza e condanna di morte stata eseguita per ordine dellEccelso Consiglio dei Dieci contro la persona di Pietro Tasca fornaio, assassino di Alvise Guoro patrizio di Venezia.
Lorenzo corse alla finestra, la richiuse, and al suo posto, e disse lentamente, guardando in faccia tutti ad uno ad uno, il Doge, il Bondumier, gli altri membri del Consiglio, i sei Consiglieri del Doge, lAvogadore e il Segretario del Consiglio:
Eccellentissimi messeri e le sue labbra non tremavano ed egli appariva stranamente tranquillo, il Collegio degli Avogadori sospende il giudizio sullomicidio per importanti comunicazioni.
Bondumier lo guard pi spaventato che sbalordito:
Ma non avete udito? grid.
Lorenzo si degn appena di guardarlo, poi prosegu:
Voglio farvi sapere, Eccellentissimi messeri, che nessun partito pu esser preso se non in pieno Consiglio e in presenza dellAvogadore del Comune.
Tacque; e si fece un silenzio mortale. Poi Lorenzo disse:
Eccellentissimi messeri, le importanti comunicazioni del Collegio degli Avogadori non sono in fondo che una comunicazione sola: il nobiluomo conte Lorenzo Barbo, patrizio di Venezia, membro del Consiglio dei Dieci e inquisitore,  reo confesso dellassassinio consumato sulla persona del nobiluomo Alvise Guoro.
Barbo! grid Bondumier Voi impazzite!
Lorenzo rispose:
Interrogate lAvogadore.
Questi chin il capo.
Dite ingiunse il Barbo allAvogadore a questi Eccellentissimi messeri il movente del delitto commesso dal nobiluomo Lorenzo Barbo.
Pareva parlasse dun altro e guardava fisso lAvogadore; il quale salz, e, svolgendo un rotolo, lesse:
Il nobiluomo Lorenzo Barbo uccise con una pugnalata nel petto il nobiluomo Alvise Guoro perch questi, in assenza di lui, fingendo damoreggiare con la cameriera Anna Bertoni, insidiava la virt della nobildonna Clemenza Barbo nata Mocenigo.
LAvogadore sedette; allora Lorenzo disse:
E ora, Eccellentissimi messeri, fate il vostro dovere.
Il Doge rabbrivid: il Barbo, ancora una volta, aveva vinto e i magistrati della Serenissima serano macchiati dun orrendo delitto.
Bondumier stringeva, pallido, irriconoscibile, i braccioli del suo seggiolone; gli altri membri si erano levati in piedi, muti, vergognosi, tutti colpevoli dinanzi a Lorenzo Barbo reo confesso dassassinio.
Rientr in quel momento il capo dei fanti e tremando savvicin al capo dei Dieci. Questi allora disse:
Voi avete letto, fante, lordine dassassinare il Fornaretto, non la sentenza di equanimi magistrati.
Fu allora che il Barbo mormor ancora una volta:
Eccellentissimi... messeri... il vostro dovere...
Poi sabbandon sul seggiolone e non si mosse pi.
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Un mese dopo si celebravano solennemente, a spese della Repubblica, le esequie di Pietro Tasca soprannominato il Fornaretto. Gremita di patrizi e di popolani, di militari e di civili era la Basilica di S. Marco; alla destra del catafalco era il vecchio Marco con Annella. Madonna Clemenza Mocenigo vedova Barbo pregava anche lei, ma in una chiesetta assai pi piccola: quella del convento in cui sera andata a rinchiudere per trascorrervi, espiando, il resto della sua vita. Inginocchiata, quasi nascosta nella folla, era Sofia Zeno; qualcuno la riconobbe, ma da quel giorno ella non fu mai pi vista a Venezia. Per lunghi anni rimase chiuso il suo bel palazzo sul Canal Grande finch fu acquistato da un rubicondo mercante che sera arricchito trafficando con lOriente. Quanto ad Annella, il vecchio Marco ladott, ed ella fu una vera figlia per lui. Del povero Fornaretto si parla tuttora a Venezia, e per lungo tempo i magistrati della Repubblica, a partire dal giorno della sua morte, non segnarono pi sentenza di morte senza che una voce dicesse:
Ricordatevi del povero Fornaretto!
E oggi, nella Piazzetta di San Marco di Venezia, fra due colonne della cattedrale, arde, notte e giorno, una lampada votiva a ricordo imperituro di lui.
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FINE.